[Da: "Contro la loro guerra, contro la loro pace", n.1 - Trieste, 19 marzo 2003]
Gli Stati Uniti continuano nel loro progetto di guerra globale. Il ruolo di Stato più forte del mondo li spinge a questo e le condizioni economiche in cui tutto il pianeta ormai si trova rende questa prospettiva senza ritorno.
Bush
è il leader responsabile di una nazione che è ormai costretta a intraprendere
la strada di una continua guerra: ieri l’Afghanistan, oggi l’Iraq, domani
altri Stati e così via.
Molti
pensano che la scelta degli Stati Uniti sia dettata dalla necessità di
sconfiggere il cosiddetto “terrorismo” degli “Stati canaglia”, cioè di
quegli Stati che sostengono e finanziano pochi gruppi intenzionati ad attaccare
i centri di potere internazionale che, in questa fase storica, si trovano in
sostanza nelle mani del capitalismo americano. Questo è vero solo in parte. La
connessione, se esiste, tra i gruppi che hanno attaccato New York, radendo al
suolo le torri simbolo del dominio finanziario USA, e Stati conniventi, riguarda
leadership di dominio che poco o nulla hanno a che vedere con le popolazioni che
subiscono lo sfruttamento in Afghanistan (poco è cambiato in questo paese), in
Iraq, come negli stessi Stati Uniti. La confusione serve soltanto a giustificare
la guerra, ma non ha nessuna logica come fondamento. Alle intenzioni
belligeranti di Bush non serve una logica.
L’America
deve fare la guerra. Ecco il vero problema, la deve fare per finanziare le sue
fabbriche di armi, per utilizzare l’esercito, per mettere le ali alla propria
economia, trasformandola parzialmente in una economia di guerra capace di
sconfiggere la paura principale del capitalismo in quel paese: la crescita
concorrenziale di altri mercati, crescita in grado di ridurre il reddito del
capitale USA nel mondo. La guerra è l’attività produttiva principale
dell’economia americana, lo è sempre stata, a partire dalla seconda guerra
mondiale, si può dire che non c’è stato un periodo di tempo di più di tre
anni in cui questo grande paese non sia stato in guerra in qualche parte del
mondo. Non è quindi il solo problema del “petrolio”, ma l’intera economia
statunitense deve essere protetta con la guerra, altrimenti sono l’inflazione
e la relativa disoccupazione galoppante, il crollo del mito americano, e la
messa in discussione dell’intero modello dell’economia globalizzata.
Il
mondo arabo è certamente (quasi del tutto) in fermento, ma non è
sufficientemente omogeneo per diventare uno dei partner privilegiati nella zona
del Medio Oriente. Bush pensa che spezzare ogni tentativo di coalizione araba può
significare un modo di controllare le economie (quasi tutte basate sul petrolio)
di questi paesi e quindi anche le loro prospettive di crescita e di
miglioramento. Viste le difficoltà in cui si trova Israele (tradizionale
gendarme in quelle zone per conto degli USA), l’intervento diretto americano
è obbligato.
Ma
non si può giocare brutalmente la carta della guerra, occorre trovare degli
“alleati”. La Gran Bretagna, che da secoli occupa militarmente l’Irlanda
del Nord applicando in quel paese i peggiori metodi repressivi, è uno di
questi. La Spagna, che fa lo stesso nei Paesi Baschi, è il secondo in ordine
d’importanza. Che strane coincidenze. Ma gli inglesi e gli spagnoli non
possono essere d’accordo con le decisioni criminali dei loro leader politici,
e sapranno come rispondere al momento opportuno. In ogni caso, al momento
attuale, Bush salva la faccia che poteva essere messa in discussione dalle
decisioni di Francia e Germania (il paraculismo di Berlusconi non merita neanche
un commento). Il motivo per cui Chirac e Schröder non sono diventati alleati di
Bush è poco lodevole. Non sono (com’è evidente) contro la guerra, ma sono
contro ogni possibilità di incremento del potere economico e politico degli
Stati Uniti, hanno la piena coscienza di essere loro i paesi più forti
dell’Europa Unita e quindi non aspettano altro di porsi come coalizione
alternativa allo strapotere americano.
No
alla guerra degli Stati è la sola risposta possibile in questo momento,
risposta per altro che è la sola possibile sempre e dovunque. Non un vago
pacifismo umanitarista che è contro la guerra perché non c’è l’avallo
dell’ONU (miserrima foglia di fico per spiriti deboli e parrocchie con niente
cannoni da benedire), ma una attenta risposta agli sfruttatori e ai dominatori
di ogni genere. La guerra è certo l’elemento su cui si basa il mondo in cui
il dominio globale dell’economia ci fa vivere, ma se di guerra si deve parlare
è della nostra guerra che ci facciamo sostenitori, la guerra proletaria, la
guerra senza bandiere, quella che può in qualsiasi momento muovere
all’attacco di ogni struttura di potere, di ogni oppressore, di ogni gestore
delle vite altrui.
La
rivoluzione resta ancora, come sempre, la sola strada possibile da percorrere. E
il momento in cui il padrone è più debole è quando mostra le miserie delle
proprie intenzioni, quando – come in questo caso – attacca, fa la guerra,
mascherandosi dietro le cosiddette buone intenzioni.
Noi
vogliamo abbattere Saddam (osceno dittatore) ma anche Bush (dittatore non meno
osceno), che si differenzia dal primo solo per il fatto che per fare le stesse
cose ha bisogno di un maggior schieramento diplomatico, di qualche chiacchiera
in più, di qualche fantoccio alleato, di un povero mentecatto come Berlusconi a
cui scrivere una lettera di ringraziamento per il sostegno se non altro morale.
Le
sfumature che differenziano Bush da Saddam sono proprio lievi, ecco perché
proprio in questo momento essi ci appaio assai simili non solo agli
“interventisti” Blair e Aznar, ma anche agli “astensionisti” Chirac e
Schröder.
In
fondo i padroni sono tutti uguali, anche se indossano abiti con coloriture
diverse. Non bisogna dimenticarlo.