[Da "Anarchismo", numero 73, 1994]
Hakim Bey, T.A.Z. Zone temporaneamente autonome
Shake Edizioni, Milano 1993, 176 pp.
Quando
si iniziano a leggere gli scritti cyberpunk si rimane ben presto tramortiti.
Abituati come siamo ad una scrittura che ha lo scopo di rappresentare idee,
analisi, teorie e concetti, la scrittura cyberpunk è un pugno nello stomaco.
Un'ondata di immagini, citazioni, riferimenti ci viene sparata addosso ad un
ritmo vertiginoso, lasciandoci quasi inebetiti. È un po' quel che accade dopo
aver visto un film con numerosi effetti speciali. A questo proposito vale la
pena ricordare che Harrison Ford, in una sua intervista, ha dichiarato di
considerare
"Blade Runner" (film culto dei cyberpunk) uno dei film più brutti
che abbia interpretato, quello che gli ha lasciato il ricordo peggiore, per
essersi sentito superfluo, sminuito nel suo mestiere di attore, utile al
regista più che altro come contorno a scenari fantascientifici.
La
scrittura cyberpunk è altamente pirotecnica perché ha lo scopo di
annichilire il lettore, di sommergerlo con immagini incredibili in modo da non
permettergli di cogliere il significato di ciò che sta leggendo. Assordati da
questo «muro del suono», non ci si sofferma sul significato di ciò che si
legge, ma si rimane esterrefatti. Di fronte a questa massa indistinta di nomi,
riferimenti, dati, sigle che si susseguono freneticamente, il lettore rimane
stordito. Ciò che gli resta non è una idea su cui poter formulare un giudizio,
ma una sensazione strana e indefinibile che può solo subire. Non
riuscendo
ad interpretare ciò che legge, sovente ammaliato dalla confidenza che il
cyberpunk mostra di avere con la cultura in generale e con le nuove
tecnologie in particolare, giunge alla conclusione di trovarsi di fronte a
qualcosa di enorme, di molto intelligente, evidentemente troppo intelligente
per lui dal momento che non riesce a capirlo, laddove in realtà non c'è nulla
da capire.
Prendiamo
il libro di Hakim Bey T.A.Z., Zone temporaneamente autonome, edito un
anno fa dalle Shake Edizioni. Una delle cose che salta immediatamente agli
occhi è la disinvoltura con cui Hakim Bey riesce a mettere insieme nello
spazio di poche pagine il più disparato e assurdo elenco di intellettuali,
artisti, rivoluzionari, filosofi, personaggi. Parlando ad esempio dell'essenza
della festa, Bey riesce a scomodare in appena quattro righe "l'unione degli
egoisti" di Stirner, il "mutuo appoggio" di Kropotkin e
"l'economia dell'eccesso" di Bataille. Versatilità? Cultura
enciclopedica? Nient'affatto. Semplicemente Bey ha una mentalità flessibile,
in perfetta sintonia con le attuali esigenze del capitalismo, ben intenzionato a
diffondere modelli che siano fluidi, morbidi, democratici, capaci cioè di
adattarsi a qualsiasi situazione e per questo amorfi, privi di contenuto, che
vengano facilmente accettati da chi è interessato solo a trovare una nicchia
dentro cui sopravvivere (gli interstizi, le T.A.Z. di cui parlano i cyberpunk),
magari lavorando il meno possibile, comunque accettando tutte le regole del
sistema e disprezzando ogni desiderio, ogni sogno che non siano quelli ammessi e
concessi dal capitale. Il Cyberpunk, flessibile e democratico, è l'ideologia
che rispecchia alla perfezione questi individui mediocri, modesti sotto ogni
aspetto che non sia la presunzione, incapaci di sognare come di lottare,
disposti per un pezzo di brioche ad approfittare di qualsiasi cosa, a
prostituirsi alla prima occasione. Hakim Bey nel suo libro non riesce a negare
questo aspetto, limitandosi a registrarlo e a dormirci sopra: «In ogni caso
le risposte a queste domande sono così complesse che la T.A.Z. tende a
ignorarle del tutto e semplicemente prende quello che può usare».
Ecco
perché per il cyberpunk è essenziale la convinzione che, con la fine delle
grandi ideologie, ogni idea, ogni evento e ogni valore possano venir svuotati
del loro significato, del loro contenuto, per essere adoperati come simulacri.
In parole povere i cyberpunk sfruttano tutto, giacché per loro esiste solo il
dato, l'unità di informazione che accomuna ogni cosa. Ogni cosa è tale in
quanto dato in un network informatico che è possibile manipolare e che a sua
volta manipola.
Ciò
spiega parecchie cose. Spiega ad esempio la superficialità e la sostanziale
ignoranza di Hakim Bey. Ma soprattutto lo rende inattaccabile, difficile da
criticare, perché dal momento che non ha idee, ideali, desideri, ma solo dati
da manipolare a proprio piacimento, quale critica è possibile fargli?
Servirebbe a qualcosa fargli notare l'incongruenza del suo reiterato richiamo al
surrealismo, considerata la decisa ostilità dei surrealisti nei confronti della tecnologia? E che il "Situazionismo" di cui ama scrivere era
in realtà particolarmente avversato dai situazionisti, in quanto ideologia
recuperatrice delle loro idee? E si farà una ragione del fatto che il luddismo
fu solo il sabotaggio delle macchine e non anche la loro conquista (differenza
non irrilevante e su cui si basarono le critiche di quello stizzoso
tecnocrate di Marx)?
Anche
la rivoluzione, intesa come progetto, storia e movimento, non sfugge a questa
manipolazione, anche essa non è che un insieme di dati come tanti altri. Per
chi sente di vivere in un mondo che non gli appartiene, in un mondo in cui i
suoi desideri, la soddisfazione dei suoi bisogni, i suoi sogni non trovano
posto se non sotto forma di merci, la rivoluzione rappresenta l'unica possibilità
di vita, la tabula rasa capace di rimettere tutto in discussione. Per chi non
sopporta questa vita, non c'è che la rivolta capace di soddisfare la sua sete
di libertà. Nel suo libro, Hakim Bey dedica uno spazio speciale al problema
della rivoluzione e all'anarchismo, essendo egli stesso un collaboratore della
stampa anarchica americana, a differenza dei cyberpunk italiani che non hanno
praticamente alcun rapporto con il movimento anarchico. Chissà come mai non
sono state delle edizioni anarchiche a pubblicare il suo libro qui in Italia.
Magari i suoi editori spiegheranno che il movimento anarchico italiano è
troppo retrogrado ed ancorato a vecchi schemi per poter apprezzarne l'opera, ma
per noi la considerazione resta un'altra.
Hakim Bey è un perfetto rappresentante della cultura americana radical, di quella cultura fatta da un riformismo socialista e pacifista che ci ha propinato personaggi come Allen Ginsberg, Julian Beck, Noam Chomsky e molti altri, tutti uniti dal medesimo interesse per l'anarchismo e dalla sua contemporanea totale incomprensione. Il suo problema è quello di tutti gli artisti e gli intellettuali con pruriti radicali. A costoro non interessa la rivoluzione in quanto tale, ma la sua immagine, il suo simulacro. Non hanno simpatia per il potere che li mantiene, ma ne hanno ancor meno per la rivoluzione che farebbe perdere loro quei privilegi che con tanta fatica hanno ottenuto. Il loro problema diventa allora quello di criticare il potere, però non troppo, di sostenere la rivolta, ma non fino in fondo.
Il
movimento rivoluzionario è sempre stato infestato da questi intellettuali ed
artisti che vi hanno bazzicato per trarvi ispirazione, come un poeta del secolo
scorso guardava un tramonto per scriverci sopra un sonetto. Il loro interesse
dunque non è dato dalla lotta rivoluzionaria in sé, ma dalla capacità che
questa lotta può avere di fornire loro del materiale su cui lavorare e da cui
trarre profitto. L'intellettuale vive sull'idea di una rivoluzione, come
1'artista vive sulla sua immagine; idee e immagini che poi si affrettano a
mettere in commercio. Ma se la rappresentazione di una rivoluzione li attrae
tanto, la rivoluzione - quella autentica - incute loro un terrore senza fine.
Hakim Bey è il classico tipo che ai primi sussulti di una vera insurrezione, se
la darebbe a gambe rifugiandosi su una montagna a meditare. Questo perché una
rivoluzione, di cui l'insurrezione è il preambolo, oltre ad avere il
disdicevole
difetto di essere violenta, metterebbe fine alla sua carriera di artista. E
di questo ne è perfettamente consapevole. Perché mai altrimenti spingerebbe
tanto verso la T.A.Z.? Perché la ritiene raggiungibile «senza necessariamente
portare alla violenza e al martirio» in quanto «è come una sommossa che non
si scontri direttamente con lo Stato»; in altre parole, la T.A.Z.. è una
insurrezione che volontariamente non cerca di trasformarsi in rivoluzione, è
una «festa» che dura solo il tempo che il potere gli concederà per poi
dissolversi alle prime avvisaglie di repressione. Hakim Bey è l'accorto
pompiere che prudentemente intende limitare una eventuale insurrezione pur di
non correre grossi rischi. La T.A.Z. è insomma l'ideale per chi, dopo aver
cacciato la testa sotto la sabbia come uno struzzo, ne approfitta per decantare
la bellezza dell'Underground. Non è difficile scorgere dietro il concetto
della zona temporaneamente autonoma, l'ennesima rimasticatura
dell'isola felice, del limbo dentro cui rinchiudersi, da sempre chiodo fisso
di tutti i radical-chic americani, e non solo americani. Come al solito, se il
problema non è quello di come fare la rivoluzione, diventa quello di come
evitarla.
E
dopo averci illuminato sul perché non si debba fare una rivoluzione,
Hakim Bey ci dice anche come fare per evitarla. Bisogna abbandonare i vecchi
metodi ormai stantii e praticare il "Terrorismo Poetico", giacché
«tagliare le teste non ci fa guadagnare nulla, aumenta solo il potere della
bestia,
finché non ci ingoia. Prima bisogna assassinare l'Idea - far saltare il
monumento dentro di noi e allora forse... l'equilibrio di forze cambierà.
Quando l'ultimo sbirro nelle nostre teste sarà abbattuto a pistolettate
dall'ultimo desiderio irrealizzato - forse anche il paesaggio intorno a noi
inizierà a cambiare... Il T.P. propone questo sabotaggio di archetipi come
l'unica tattica insurrezionale pratica per il presente». Come a dire che la
sola sovversione possibile, la sola insurrezione possibile, è quella che
avviene nella finzione, nella simulazione, dentro di noi, a livello di
immagini, di "archetipi". Una sovversione facile, comoda, che non
sporca, non fa male, non fa correre grossi rischi, non rende difficile la vita
con domande troppo complesse e che «forse» è anche capace di modificare le
cose. Ma senza troppe pretese.
Dietro
al "Terrorismo Poetico" che si esprime tramite azioni quali entrare
in una banca e cacare sul pavimento, oppure fare riti di magia nera contro le
istituzioni, c'è il solito eterno trucco impiegato da tutti quelli che
vogliono far colpo facendosi passare per "provocatori radicali" e
nel contempo salvarsi il culo. Il metodo, semplice ed infallibile, utilizzato
da sciacalli di ogni risma, è lo stesso che usa Hakim Bey nel suo patetico
libro. Criticare l'inefficacia dei tradizionali metodi di lotta per poi
sostenere poniamo l'uso della magia nera! Ecco come, sollevando un problema
reale e dandogli una soluzione spettacolare quanto futile, si riesce a
banalizzare un'intera questione, svuotandola di significato. Così una banca,
con o senza stronzo sul pavimento, rimane una banca in funzione nella sua
opera di sfruttamento, almeno fino al momento in cui salterà in aria. Ma
questa, per Bey, è una «semplice fantasia di vendetta della sinistra -
sadismo rovesciato da due soldi». Non poteva mancare in lui il sacro orrore
per la violenza, lo stesso provato da tutti i suoi predecessori, da Ginsberg
(che di fronte ai manganelli degli sbirri intonava l'OM) al Living Theatre
(che dichiarava senza neppure un briciolo di imbarazzo che «la nostra santità
li fulminerà»).
Inutile
dire che qui in Italia questo libro ha riscosso un discreto successo in tutti
gli ambienti frequentati da rifluiti, riciclati e recuperatori. In quanto
cultura capace di promuovere il dominio attraverso una sua spettacolare
negazione retorica, il Cyberpunk non poteva non interessare tutti coloro che,
stufi delle magre soddisfazioni elargite dall'azione rivoluzionaria, hanno
preferito
battere altre strade, più consone alle proprie aspirazioni di prestigio e di
carriera e che oggi, dalle pagine delle loro riviste patinate, applaudono
all'opera di Hakim Bey di cui giustamente riconoscono il grande merito: quello
di servire il potere.