LA QUESTIONE DEL PRIMITIVISMO
di
Alex Trotter
Una
ricerca anarchica sul primitivo in effetti coinvolge molteplici questioni. Il
problema è davvero la civilizzazione stessa? La sua sconfitta è una possibilità
realistica? Si deve abbattere o abbandonare?
L'antropologia
radicale che di recente gode dell'interesse di molti anarchici ha il merito di
dimostrare che l'umanità ha vissuto sulla terra per la maggior parte del suo
tempo in bande di cacciatori/raccoglitori prive della gerarchia di classe, della
divisione alienata del lavoro, della diseguaglianza sessuale e del devastante
stato di guerra tecnologica. Alla luce di tutte le rivoluzioni fallite della
storia moderna ci fa intravedere le uniche comunità umane che realmente sono
state quello che si potrebbe chiamare anarchiche o comuniste in modo sostenibile
e con successo. Ciò di per sé contrasta con l'ideologia hobbesiana e le altre
che sostengono che la natura della bestia umana richieda un controllo
autoritario. Ma è difficile trarre una politica da questa antropologia. La
civilizzazione potrebbe essere stata un errore fin dal principio, ma potrebbe
anche essere qualcosa dentro cui siamo più o meno incastrati. L'idea del
primitivismo implica, nella sua forma più radicale, un ritorno all'età
dell'oro della caccia/raccolta, tuttavia pochi, se non addirittura nessuno,
anche tra i più fervidi critici della civilizzazione sostengono questa
direzione. Un primitivismo assolutista può arrivare alla conclusione che il
problema sia la specie umana stessa, col risultato di una misantropia
nichilista. Anche se voglio ammettere che la civilizzazione ha profondamente
alienato l'umanità dal resto della natura, e che oggi ha assunto l'impatto di
un lunghissimo treno colossale lanciato verso il disastro, non credo che tutti i
suoi prodotti (come libri, scacchi, vini, tanto per citarne alcuni dei miei
preferiti) siano cattivi; alcuni aspetti della civilizzazione sono degni di
essere preservati, così come quelli più oppressivi e dannosi sono da abolire.
È certo che dobbiamo liberarci da una tossica sovra-civilizzazione e
riconciliarci con la natura, ma sono scettico se sia fattibile o addirittura
desiderabile la sua distruzione o abbandono assoluto. Prima di ritornare su
questi punti voglio esaminare in breve le origini del primitivismo contemporaneo
(se lo vogliamo davvero chiamare così) e la sua disputa con il marxismo e con
la sinistra.
Gli
anni recenti hanno visto l'emergere di un anarchismo verde, ma dovremmo
ricordare che il primitivismo contemporaneo e affini (tranne l'ecologia
profonda) hanno forti radici nel marxismo europeo di estrema sinistra, o
piuttosto nei tentativi di superarlo dopo la grande quasi rivoluzione del 1968
in Francia e i momenti collettivi accaduti fino ai giorni nostri. Jacques
Camatte, in precedenza membro del partito bordighista, è una delle figure
chiave e ha avuto un'influenza importante su Fredy Perlman e "Fifth
Estate". Negli anni '60 lo stalinismo era ancora molto dominante come
opposizione al capitalismo, anche in alcuni paesi occidentali come la Francia e
l'Italia. Tuttavia il rifiuto del marxismo non riguardava solo lo stalinismo e
le varie ideologie nazionaliste (ri)emergenti dal loro declino, ma si è esteso
alla messa in discussione anche degli elementi del marxismo occidentale meno
autoritari/ideologici e più critici, quali il comunismo consiliare e
l'Internazionale Situazionista e i suoi emuli, che si sono tutti esauriti in
modo simile o sono falliti nell'irrilevanza dopo il 1970. I vari teorici oggi
associati all'idea generale e all'ambiente del "primitivismo"
provengono da una di queste direzioni, soprattutto attraverso un impegno critico
con un anarchismo che iniziava a riemergere dopo una lunga eclissi. Tra costoro,
Camatte resta quello che è più in debito con Marx.
Lo
schema storico marxista ha lasciato uno spazio, anche se piuttosto esiguo, alla
preistoria nella categoria del "comunalismo primitivo", che secondo
questa teoria tornerebbe a un livello più "alto" con la dialettica
storica della lotta di classe. Camatte, e altri come Perlman e Zerzan, sono
giunti alla conclusione che la classe operaia non può più essere considerata
il soggetto rivoluzionario, e hanno messo in dubbio la presunta necessità della
lunga deviazione avvenuta nel corso della civilizzazione (la
"peregrinazione dell'umanità" o "His-story" cioè la
Sua-storia) con le sue diverse tappe
organizzate attorno a dei modi di produzione. Marx, in contrasto con pressoché tutti i tipi di marxisti che
possiate immaginare, di per sé aveva
alcune tendenze "primitiviste", visibili ad esempio negli Ethnological
Notebooks e nei primi scritti di Parigi sull'alienazione, in cui ha indicato
il comunismo come l'emergere di una comunità umana dell'uomo e della donna
naturali che abbia come scopo la libera creatività e non lo sviluppo delle
forze economiche di produzione. Nel suo momento migliore Marx ha offerto la
prospettiva della soggettività radicale piuttosto che della fede in un processo
oggettivo operante tramite la rigida teologia e il determinismo economico. Per
sfortuna quello che il mondo conoscerà fin troppo bene è l'ultimo risvolto del
marxismo, e in parte sia Engels sia Marx stesso ne sono i responsabili.
Un
altro pensatore radicale che vale la pena di citare in proposito è Dwight
Macdonald, anche lui un rifugiato della sinistra marxista (nel suo caso il
trotzkismo); i suoi principali scritti sono degli anni '40 e '50, periodo in cui
lo stalinismo era ancora più radicato e all'apice del suo potere. Macdonald non
disprezzava la civilizzazione in quanto tale (infatti era un grande appassionato
degli antichi greci che erano, notava con approvazione, "tecnologicamente
primitivi quanto esteticamente civilizzati"), ma la sua critica ben
ragionata del marxismo lo collocava fermamente nel contesto del progetto
occidentale illuminista della fede illimitata nella scienza, nel progresso e nel
dominio della natura. Macdonald auspicava un rinnovamento dell'anarchismo sia
individualista sia comunitario, libero dal feticcio del "socialismo
scientifico" partorito tanto dall'anarchismo classico e dagli utopisti
quanto da Marx. Il riemergere dell'anarchismo a partire dagli anni '60 ha
assunto una posizione molto più critica nei confronti della scienza e della
tecnologia rispetto ai profeti barbuti dell'800. Dal momento che anche grazie
agli scritti di Macdonald si sono poste le basi per questa riemersione, può
essere considerato un precursore del primitivismo, anche se ho l'impressione che
non ne avrebbe approvato interamente le sue manifestazioni attuali.
Qualsiasi
qualità le persone associno alla civilizzazione (ad esempio le conquiste
culturali, spirituali o etiche) di solito non riguardano altro che il fare
soldi, che è precisamente l'alfa e l'omega di questa società. La civiltà del
Capitale - ammettendo poi che abbia una sua propria civiltà al di là della
cultura di massa guidata dal mercato e dalla tecnologia - è una patina
parassita sovrapposta alla cultura delle precedenti forme sociali, che
continuamente decompone, ricompone e impacchetta come se fosse un'immensa
collezione di merci da vendere e consumare. Camatte ha descritto in termini
tetri la società presente come una "comunità materiale del capitale"
in cui le classi sociali della classica polarità marxiana, borghesia e
proletariato, sono state soppresse o soppiantate da una schiavitù umana
generalizzata del lavoro salariato e delle merci, dove la vita stessa assume
sempre più l'aspetto della "realtà virtuale". In questa società, in
analogia con il "modo di produzione asiatico", ci possono essere delle
rivolte ma non esiste via d'uscita attraverso la dialettica della storia.
Ma
se nella società moderna il proletariato (che sia definito classicamente come
quelli che non possiedono i mezzi di produzione, oppure, come più in generale
da Castoriadis e dai situazionisti, come quelli senza potere o controllo sulle
proprie vite) non servirà da soggetto rivoluzionario e forza di negazione,
allora chi o che cosa? Chi è contro la guerra, i verdi, le femministe, i gay e
i "nuovi movimenti sociali" (a questo punto neanche più tanto nuovi)
per i diritti civili nati negli anni '60, hanno i loro comprensibili motivi di
rifiutare il marxismo e l'antico movimento operaio, ma questi movimenti hanno
avuto la tendenza a diventare completamente integrati nella società capitalista
tramite l'accademia postmoderna o i partiti politici liberali e
socialdemocratici. Una prospettiva di ecologia profonda può anche avere poco
bisogno di un soggetto umano per realizzare dei cambiamenti rivoluzionari, ma la
maggior parte delle anarchiche e degli anarchici, "primitivisti"
inclusi, hanno una visione della rivoluzione sociale. Anche se la società del
capitale sembra notevolmente silenziosa, c'è (o c'era, almeno fino a poco fa)
un qualche motivo per essere ottimisti. La resistenza contro i vari pilastri
ideologici, tecnologici e istituzionali di questa società sembra essere in
drammatico aumento, ed è una questione importante il che cosa accadrà in
questa deriva verso una guerra sempre più totale.
La
teoria del proletariato enunciata nel XIX secolo ha perso la sua credibilità,
tuttavia possiede ancora una mezza vita che continua a farsi sentire. Bob Black,
che di per sé non è primitivista ma condivide molti elementi della critica
primitivista della società tecnologica, ha detto: "Il nocciolo
sovra-razionale della fede nella struttura mistica marxista è questo: la
"classe operaia" è il leggendario "agente rivoluzionario",
ma solo se, non lavorando, abolisce le classi." Il lavoro zero considera il
rifiuto o l'abbandono del lavoro come punto di partenza di ogni sforzo inteso a
cambiare o evadere da questo mondo, solo che rifiuta gli sforzi di sinistra di
organizzare tale rifiuto tramite partiti e sindacati. È necessariamente
ambivalente (agnostico?) sulla questione della civiltà e della tecnologia.
Nella ricerca di strade per liberare l'umanità dal lavoro sono diverse le
direzioni cui rivolgersi. Paul La Fargue ha sostenuto l'automazione sotto il
controllo operaio, come anche i situazionisti. In questo scenario la tecnologia
può essere vista come un aiuto potenziale e non necessariamente come una forza
di oppressione insopportabile. L'altra faccia della medaglia è che
potenzialmente implica una dipendenza continua dalla tecnologia. Poi c'è
l'esempio dei popoli cacciatori/raccoglitori, che in pratica non lavorano e non
hanno bisogno dell'automazione perché la natura rende disponibile ogni cosa di
cui hanno bisogno. Oltre a essere in pratica impossibile ricreare questi modi di
vita nelle loro forme originarie del paleolitico, questo modello ha dei limiti
pratici come progetto di trasformazione delle nostre esistenze.
In
considerazione dell'importanza (o meno) della classe operaia è bene osservare
che la maggior parte degli abitanti del pianeta non consiste di operai
(post)industriali, bensì di contadini. Il rapporto con la terra è molto
importante e le categorie del discorso associate a Marx e ad altri radicali del
XIX secolo sono tuttora rilevanti, specialmente l'enfasi sulle origini del
capitalismo come rivoluzione agricola. Camatte, che è favorevole a movimenti
basati sulla comunità piuttosto che sulla classe, ha scritto molto in merito.
Il concetto di comunità è vago in modo frustrante quando applicato alle società
occidentali contemporanee, ma è più facile da considerare in rapporto alla
parte più grande del mondo dove il capitalismo non è ancora completamente
penetrato nelle società tradizionali, e le formazioni sociali le cui radici
sono predate dal capitalismo sono tuttora la norma. Nel suo saggio sulla
rivoluzione russa, Camatte enfatizza la dimensione populista, radicata nelle
campagne, piuttosto che la dialettica di classe borghesia contro proletariato.
Ha portato come esempio i consigli operai che in un certo senso sono stati delle
estensioni della comune contadina, poiché molti degli operai insurrezionali
nella Russia del rapido processo di industrializzazione erano emigrati in tempi
molto recenti dalle campagne, dove predominavano le forme sociali comunali. Oggi
nelle società non occidentali l'urbanizzazione e l'industrializzazione
continuano a crescere e il capitale continua a farsi strada con gli stessi mezzi
con cui si è stabilito in occidente: con le recinzioni e sradicando le persone
dai loro mezzi di sussistenza e dalla loro terra. Ma almeno una traccia della
dimensione comunitaria è ancora presente nell'esistenza dei lavoratori.
Persone di molte zone di Africa e Asia, ad esempio, che hanno iniziato a
lavorare nelle città hanno ancora le loro famiglie, il cibo e altre risorse
disponibili nei loro villaggi natii delle campagne. Queste regioni sono povere
in confronto al Nord America, all'Europa occidentale e al Giappone, ma
nell'eventualità di un collasso industriale di vasta portata è presumibile
che, basandosi sulla sopravvivenza data dalle campagne, in effetti se la
caverebbero meglio.
Se
si stabilisse su vasta scala un socialismo basato sull'agricoltura, molte aree
del mondo potrebbero essere proiettate fuori dal mercato globale. Ma finché il
capitale rimane saldamente al potere nei suoi santuari metropolitani, questo
scenario probabilmente non funziona. Infatti si può dire che questo tentativo
è stato fatto di recente. Lo stalinismo del Terzo Mondo rappresentava già
questo tentativo in molte regioni dove, in parte a causa del colonialismo, non
si era mai sviluppata una borghesia nativa. I contadini sono serviti come
fanteria per molte rivoluzioni, ma queste erano tutte dei progetti di
capitalismo di Stato diretti da marxisti o da burocrati piccolo-borghesi. Quando
nel 1917 la rivoluzione russa è rimasta isolata e combatteva il Terrore Bianco
con il Terrore Rosso, il partito di Stato bolscevico dirigeva l'imposizione
della società industriale nel paese. Questo è diventato un modello ripetuto
disastrosamente molte volte nel corso del XX secolo, allorché molte nazioni
povere hanno tentato di imitare il modello totalitario dello stalinismo
sovietico o cinese. Il mondo è ancora sconvolto da questo processo, anche se
ora sembra esaurito.