[Da "Terra Selvaggia" n.13, luglio 2003]
I
NANO INCUBI
“Quelli che decideranno di restare umani e si rifiuteranno
di migliorarsi avranno un serio handicap, costituiranno una sottospecie e
formeranno gli scimpanzé del futuro.”
Kevin Warwick, tecnofilo con
molteplici chip sottopelle
Come in giuoco, un macabro giuoco, la tecnologia si è spinta verso la
manipolazione della materia in scala di un nanometro, cioè la milionesima
parte di millimetro. Ciò che viene manipolato è qualcosa che sfuma nel
confine tra il non vivente e il vivente: l’atomo. Questa tecnologia,
definita nanotecnologia, crea nuovi ‘prodotti’ partendo proprio dalla
manipolazione degli atomi, delle particelle subatomiche e delle molecole. A
differenza della biotecnologia che manipola la struttura del DNA creando nuovi
organismi attraverso al ricombinazione dei geni, la nanotecnologia
‘scompone’ la materia trasformandola in atomi con la possibilità di
sintetizzarli artificialmente e quindi di creare dal nulla (atomo su atomo)
qualunque materiale. Al momento le attenzioni sono concentrate sugli atomi di
carbonio, scheletro della materia, ma presto potrebbero estendersi ad altri
elementi. Gli scienziati vorrebbero insomma controllare gli elementi della
Tavola Periodica a proprio piacimento; questo consentirebbe, secondo la
scienza, di combinare le caratteristiche di un prodotto (come colore,
resistenza, punto di fusione...) in maniera del tutto diversa di quella che
fino ad oggi è stato possibile fare. Le aziende che si occupano di
nanotecnologie, per esempio, hanno sperimentato nuovi prodotti come tessuti a
prova di macchia, vetri autopulenti, cemento dalle caratteristiche speciali,
anti-inquinante per il diesel etc.
Per assurdo la nanotecnologia ha la pretesa di creare dei nuovi prodotti
costruendoli atomo su atomo; per esempio ha la ridicola idea di sostituire il
cibo con un insieme di atomi che, a seconda del bisogno del consumatore,
possono essere trasformati in vino o whiskey o aranciata "solo"
innescando una determinata reazione.
Gli entusiasti sostenitori della nanotecnologia, hanno ben pensato che in
fondo se si arriva a manipolare la materia nella sua componente più basilare,
l’atomo, perché non miscelare gli studi biotecnologici del mondo
biomolecolare con appunto le ricerche sugli atomi? Così nasce la
nanobiotecnologia, che non si accontenta più di creare nuovi prodotti
apparentemente statici partendo dalla tecnologia atomica ma, mischiandovi la
tecnologia del vivente, ambisce alla creazione di nuovi prodotti dove il
confine tra il vivente e il non vivente viene cancellato. Qualche esempio?
Plastiche autopulenti dove gli enzimi si mangiano lo sporco, ali di aeroplani
ripiene di proteine (se si rompe l’ala si liberano le proteine che fungono
da adesivo riparandola), computer ultra veloci i cui circuiti si basano su una
‘impalcatura’ di DNA, conduttori elettrici di dimensioni in scala nano a
base di proteine, la "plastica viva" cioè costruita da un batterio
manipolato geneticamente capace, secondo gli scienziati, di produrre un enzima
in grado di polimerizzare.
Le applicazioni sventolate al grande pubblico sono però solo
paccottiglia, futili innovazioni per appagare il desiderio infantile generato
dalla tecnologia nel “consumatore” e d’altronde le applicazioni sopra
descritte di manipolazione della materia risultano essere solo minima parte
dei risultati cercati negli attuali progetti di ricerca. Tra queste
paccottaglie ricopre però una certa importanza la miniaturizzazione dei
processori informatici, che porterà alla presenza di microchip
“intelligenti” su qualunque oggetto di mercato, dalla bilancia, ai
vestiti, alle penne, fino alle confezioni degli alimenti in grado di
comunicare con il frigorifero.
Ma non è certo questa l’applicazione finale prevista per questi
microchip, e non è la prima volta che dietro a pretese umanitarie o a
miracolosi miglioramenti dello stile di vita medio si nascondono ben altri
progetti, accuratamente nascosti ai più. E così è per le applicazioni più
inquietanti delle nanotecnologie, come il collegamento uomo-macchina o
l’applicazione di microchip sotto pelle, i cui pretesti appaiono sempre e
solo curare malattie rare e difendere i poveri cittadini indifesi da brutali
criminali.
Il campo nel quale le nanotecnologie maggiormente si sviluppano, manco a
dirlo, è infatti quello legato agli studi militari. Gli scenari che i media
hanno mostrato durante l’ultima guerra all’Iraq già indicavano la messa a
punto di equipaggiamenti "intelligenti" capaci di adattarsi alle
condizioni esterne e interne e armamenti anch’essi dotati di straordinari
poteri conferiti da sensori, microchip e via dicendo.
Un esempio chiaro è quello dei MEMS (sistemi micro-elettro-meccanici), le
prime generazioni di nanomacchine. Si tratta di ricettori e di motori in
miniatura della grandezza di un granello di polvere, i cui prototipi stanno già
entrando in servizio nell’industria. L’applicazione attualmente allo
studio è quella della “polvere di sorveglianza”, che sarà vaporizzata in
un campo di battaglia o in un’area sotto osservazione per avere informazioni
di vario tipo. Il futuro della robotica di guerra è sempre più quello di
micro e nanorobots versatili e poco costosi, utilizzati come armi altamente
specializzate.
E nella scia di questi studi un importante aspetto è anche quello del
controllo sociale. E’ già commercializzato dalla americana Applied Digital
Solutions un chip grande come un chicco di riso da inserire sotto pelle, è
chiamato Verichip ed è capace di contenere informazioni sulla persona e può
essere dotato di un sistema GPS che permetterà di sapere sempre dove si trova
chi lo "indossa" (si vende anche su internet se volete conoscerlo da
vicino). Verichip è inseribile con una siringa, con una semplice anestesia
locale. Viene spacciato come guardia del corpo elettronica per prevenire
rapimenti, tanto che già molti miliardari lo stanno richiedendo, ma risulta
di facile intuizione che presto tale chip non sarà un comodo optional per i
ricchi, ma piuttosto un pesante fardello per i poveri. All’inizio si lodano
i lati umanitari di tali strumenti, ricordando che in taluni casi serviranno
ai medici per intervenire rapidamente o alla polizia per evitare rapimenti e
violenze. Poi verranno giustificate applicazioni su fasce sempre più larghe
della popolazione, fino al giorno in cui non potremo vivere senza. Quel giorno
l’impianto dei chip sarà obbligatorio e toglierselo un reato grave.
L’ultima frontiera sono infine dei chip che il Governo inglese propone
di impiantare nei pedofili già condannati. Questi chip oltre a registrarne la
posizione registreranno i battiti del cuore e la tensione arteriosa del
sorvegliato, allertando circa l’imminenza di un eventuale atto di violenza.
Non segnalerà lo stato di eccitazione sessuale, ma il nervosismo e la paura.
Stesso nervosismo e stessa paura che, per esempio, potrebbero avere un
rapinatore o un sabotatore mentre si trovano all’opera. D’altronde non è
da considerarsi casuale nel progetto di controllo totale l’allarme pedofilia
con cui ci stanno bombardando da qualche anno i media, enormemente
sproporzionato rispetto alla realtà dei fatti.
E così manovrando l’isteria collettiva i bimbi diventano sempre più
oggetti di proprietà dello Stato, e quindi la loro “tutela” un obbligo da
assolvere. Ciò giustifica non solo l’impianto di chip nei pedofili, ma
anche la proposta di esperti e associazioni di genitori di chippare tutti i bambini in Inghilterra dopo l’ultimo eclatante
caso di Holly e Jessica, rapite e uccise nel 2002. Ma chi proteggerà questi
bambini dallo sguardo penetrante dei loro genitori e dello Stato? Chi li
proteggerà da una rete di controllo tecnologica inestricabile?
Potremmo davvero essere l’ultima generazione di umani privi di protesi
tecnologiche alla nascita.
Quanto le nanobiotecnologie risultino importanti per il mondo economico ed
istituzionale ce ne danno prova gli enormi stanziamenti del Governo Americano,
che investe dai 600 ai 700 milioni di dollari l’anno nello sviluppo del
settore. In Europa inoltre ci sono enormi finanziamenti a progetti di ricerca
o a centri deputati allo sviluppo delle nanotecnologie. Lampante è il caso di
Grenoble, cittadina francese considerata capitale europea dello sviluppo
tecnologico, dove alcuni progetti finanziati dalla Unione Europea godono di
fondi per centinaia di milioni di euro. Tra questi Minatec, considerato
progetto europeo capace di contrastare i più grandi rivali giapponesi e
americani, nato dalla volontà dell’Ue e di multinazionali come Philips,
Motorola e STMicroelectronics.
Negli anni passati la fantascienza ci ha intrattenuti con storie di
replicanti in grado di moltiplicarsi autonomamente e in gran numero fino a
conquistare la terra. Così anche per le nanobiotecnologie il timore appare
agli occhi di molti esperti proprio questo, che qualche organismo vivente
costruito artificialmente possa sfuggire ai controlli della scienza e vivere
moltiplicandosi oltre misura (timore che per esempio è concretamente appurato
per i frutti della manipolazione genetica).
Ma ogni timore, e non solo quelli più assurdi, viene come sempre
accantonato in nome di un progresso a beneficio dell’umanità. D’altronde
il mondo della scienza si è sempre difeso sostenendo che i misfatti della
tecnoscienza sono dovuti ai cattivi usi che se ne fa delle conoscenze;
sostenendo come da sempre che la tecnologia sia neutra, così come si
affrettarono a dire anche coloro che con gli studi sul nucleare hanno poi
negli anni contribuito appieno alle bombe su Hiroshima e Nagasaki, alle
tragedie degli incidenti nucleari, al proliferare di armamenti.
Non è certo lasciando ai soliti esperti provenienti dal medesimo mondo
accademico-politico l’unica parola in merito che potremo risolvere tali
questioni. Né potremo farlo fidandoci dell’informazione proveniente dal
mondo scientifico, una cui prerogativa attuale è dichiaratamente quella di
far accettare le nuove applicazioni della ricerca scientifica. La loro
informazione trasparente è in realtà solo comunicarci decisioni già prese a
nostro nome e sulla nostra testa, e far trasparire i risultati di ricerche già
attuate.
Chissà se anche nel caso delle nanobiotecnologie, così come è accaduto
ad esempio per le biotecnologie, coloro che dicono di opporvisi si
cimenteranno nella richieste di regolamentazione, di principi precauzionali,
di organismi indipendenti di controllo...
La storia allora andrà a finire così come è andata per le
biotecnologie: una minima opposizione a quelle alimentari con argomentazioni
ben recuperabili (e recuperate) da parte della cricca della scienza, con gli
alimenti transgenici che ormai fanno parte dei nostri pasti quotidiani.
Nessuna opposizione alle biotecnologie mediche che anzi vengono viste da tutti
come una grande opportunità per i mali umani.
Ed è proprio su queste che si è concentrato tutto l’apparato che dalle
biotecnologie ha tutto da guadagnarci; niente più dibattitti sugli OGM in
campo alimentare, niente più allarmismi, niente più notizie, nonostante che
vi siano persone che hanno ancora voglia di lottare, opponendo alle nocività
l’unica soluzione possibile: la distruzione.
E così accadrà nel campo delle nanobiotecnologie, man mano che se ne
parlerà e che gli scenari si faranno sempre più chiari, la sterile
opposizione alzerà una contrapposta voce sui pericoli insiti nei progetti più
‘attaccabili’ come quelli in campo alimentare o militare. Niente più.
Cosa fare? Se Kevin Warwick avesse ragione, intanto ci faremo una bella
scorta di banane perché sicuramente saremo tra quelli che formeranno gli
scimpanzé del futuro. Ma si sà, anche un famoso film ci insegna, quando gli
scimpanzé si incazzano...