Un romanzetto facile,
un giornalista invadente
e i pettegoli dell’anarchia
Queste riflessioni provengono da persone e realtà con
percorsi diversi tra loro, idee e pratiche talvolta distanti, che non hanno da
difendere nessuna “corrente” o “posizione” a scapito di altre. Le critiche che
seguono non hanno per oggetto una particolare "area", quanto le
complicità in un metodo insulso che hanno permesso di trasformare la vita di
una compagna in un orrendo gossip.
Ci preme sottolineare questo aspetto perché vorremmo
che la questione fosse affrontata, non diciamo con serenità, che sereni non lo
siamo affatto, ma almeno con lucidità e onestà; per scongiurare in anticipo
quegli usuali e prevedibili arroccamenti in schemi precostituiti che servono
soltanto a chi vuole sottrarsi alla sostanza delle critiche
travisandone il senso reale e riducendole a una sorta di competizione che
esiste soltanto nella testa di chi ha un qualche interesse politico o di parte
da difendere.
Era l’11 luglio 1998 quando Maria Soledad Rosas si
impiccò nella casa in cui era agli arresti domiciliari. Pochi mesi prima, il 28
marzo, anche Edoardo Massari, Baleno, suo compagno e coimputato, era stato
trovato impiccato in una cella del carcere Le Vallette di Torino. Entrambi,
insieme a Silvano Pelissero, erano accusati di aver ostacolato con alcuni
attentati in Val Susa quel progetto di morte e distruzione chiamato Treno ad
Alta Velocità.
Tutta la vicenda è sufficientemente nota, pertanto non
ci soffermeremo su di essa, dando per scontato che chi ha tra le mani questi
fogli non abbia dimenticato.
Senza dubbio avremmo preferito parlare di questa
vicenda in altri termini, molti sono gli aspetti che meriterebbero attenzione:
l’Alta Velocità continua a minacciare la Val Susa, l’opposizione e la resistenza
degli abitanti permane, così come continua a vivere la passione di Edo e Sole
nell’inimicizia verso un mondo che considera uomini e territori nient’altro che
ostacoli all’accumulazione di capitale.
Ma la ragione che ci ha spinto in questa sede a
ritornare sull’argomento è, nostro malgrado, di tutt’altra natura: essa
consiste nella recente pubblicazione, in Argentina, di una biografia-romanzo su
Soledad, e ancor più nel fatto che tale pubblicazione sia stata resa possibile
dalla collaborazione di alcune persone che qui in Italia hanno ospitato
l’autore-giornalista, lo hanno accompagnato e rifornito di tutte le
informazioni e indiscrezioni di cui una simile operazione aveva bisogno.
Non ci dilungheremo sul contenuto di tale libro.
Daremo soltanto qualche notizia che permetta di capirne il taglio a chi non ha
la possibilità di leggerlo (esso è infatti disponibile, fortunatamente,
soltanto in lingua spagnola; e auspichiamo che a nessuno venga la malsana idea
di distribuirlo e tantomeno di pubblicarlo in italiano – il seguito di queste
righe ne esplicherà le ragioni).
L’autore del testo, per la cronaca, è un certo Martín
Caparrós, affermato giornalista argentino, ex direttore di numerose riviste
mensili sui più svariati argomenti, autore di molti racconti, saggi, romanzi,
ecc. Un noto giornalista di sinistra, tutto qua – né ci interessa saperne di
più.
Il titolo del libro in questione, Amor y anarquia, è un
titolo da romanzetto facile e avvincente, che ben rispecchia il taglio con cui
è stato scritto, capace di attirare lettori alla ricerca di un miscuglio di
amore, disagio adolescenziale, trasgressione e di qualche lacrima. Il suo
sottotitolo, La vida urgente de Soledad Rosas 1974-1998,
richiama subito il fatto che in questo libro si parla di una vita vera, quella
di Sole, ignara eroina di questa biografia romanzata, e accanto a lei vediamo
raccontati Baleno, Silvano e tanti degli altri compagni con cui ha condiviso i
suoi pochi mesi in Italia, molti dei quali, per quanto vivi, altrettanto ignari
della propria notorietà.
Cos’è che muove Caparrós? La sua pretesa dichiarata è
quella di capire e di spiegare al suo vasto pubblico, come mai può capitare che
la rampolla di una buona famiglia di Buenos Aires finisca la sua vita impiccata
nei dintorni di Torino, «accusata di essere la terrorista più pericolosa
d’Italia». Ed è per spiegare questo “arcano” che costui si documenta – e
documenta i suoi lettori – su come andava Soledad a scuola, sul rapporto con la
famiglia, sulla fine della sua verginità (non ci credete? Caparrós racconta con
chi, dove, quando, e condisce il tutto con qualche avvincente
particolare). Con quella pazienza infinita che contraddistingue solo cronisti e
poliziotti, costui accumula testimonianze su testimonianze, ritrova vecchi
amici, fidanzati abbandonati, parenti e stallieri. Chiacchiera amabilmente con
tutti, intervista chi 6 disposto a farsi intervistare – e annota tutto,
implacabile. Ogni dettaglio è sviscerato, ogni pettegolezzo suscita il suo
interesse, ricerca coscientemente i lati più pruriginosi di ogni vicenda
raccontata. E a Torino trova pane per i suoi denti, gente disposta a
raccontargli tutto ciò che sa: con chi Sole ha fatto l’amore una sera, cosa
faceva per tirar su qualche lira e con chi, …; gente disposta ad accompagnare
questo giornalista dai genitori di Baleno, mostrando loro che di lui si
potevano fidare. Mai avremmo pensato di ritrovarci a parlare di un libro in
questi termini, ma tant'è; il volume di Caparrós è morboso, morboso nella
maniera più fastidiosa e plateale.
A differenza, a quanto pare, dei suoi informatori,
addirittura lo stesso Caparrós fa finta talvolta di avere un qualche rispetto
per la vita di Sole, si chiede: ma è giusto quello che sto facendo? È giusto
raccontare tutto questo di Soledad, sviscerarne la vita anche più intima e
riservata? Invariabilmente, si risponde di sì. Certo, bisogna comprendere a
fondo la vita del personaggio, quel surrogato mercantile della
vita reale, dove la realtà è stritolata dalla sua rappresentazione.
Dice in un passaggio, quando inizia ad utilizzare le
intercettazioni della polizia: «Mi domando – e me lo sono domandato tante volte
– se è legittimo usare questo materiale. Soledad, un mese dopo, avrebbe scritto
ad Edoardo quanto le era sembrato orribile “sapere che questi bastardi hanno
ascoltato tutte le nostre conversazioni”. Avrebbe detto che questo la faceva
sentire “contaminata, sporca”: non disse “violentata”, ma avrebbe potuto dirlo.
Ho dubitato. Ma alla fine mi sono detto: lo userò, perché mi sembra una maniera
di avvicinarsi ineguagliabile a Soledad e ad Edoardo in questi ultimi loro
giorni (…)».
Ciò che ci spinge a scrivere queste righe non è una
volontà di analisi critica dello scritto di tale Caparrós. Questo giornalista
squallido non ci interessa affatto. Fa il suo lavoro, tritura persone, uomini e
donne, trasformandoli in personaggi da commedia, tragedia, ecc. Lo fa anche
bene, a quanto pare, posto che il suo libro sembra essere un successone in
Argentina.
Queste righe scaturiscono in prima battuta dal
disgusto viscerale, immediato, che ha travolto diversi compagni nel leggere la
vita di Sole trasformata in carne da best-seller con la
collaborazione e il beneplacito di coloro che sono stati i suoi stessi
compagni, coloro che in alcuni momenti le sono stati vicini (alcuni di essi,
beninteso).
Sarà che siamo eccessivamente sensibili,
forse; ma non capiamo come una simile operazione non possa non provocare
istintivamente rabbia, disgusto, tristezza in coloro che hanno a cuore la vita
dei propri compagni di lotte e di vissuto, la sua pienezza e sincerità come le
sue debolezze e contraddizioni, e il sentimento di spossessamento nel
vederla ridotta a carne da macello.
Per non parlare poi della scorrettezza (per non dir di
peggio), evidente a chiunque, di fornire informazioni dettagliate su terze
persone che magari non avevano la minima voglia di far sapere al mondo intero i
cazzi propri. O di rendere pubbliche lettere personali scritte a persone che
non ci si è posti il problema di consultare. O, ancora, di pubblicare dialoghi
domestici e banali litigi quotidiani tratti da intercettazioni ambientali,
dalle quali Sole stessa aveva dichiarato di sentirsi letteralmente
"sporcata", "contaminata", per la loro invadenza.
Perché tutto questo? Con che coraggio?! Ciò che fa
rabbia infatti è anche l’imperscrutabilità delle ragioni di una tale
operazione, non quelle del giornalista che sono chiarissime. Cosa può spingere
a raccontare a uno sconosciuto, per di più giornalista, le vicende, le
avventure, gli amori, i fatti più intimi e personali di qualcuno, per di più
amico e compagno, che non ha più la possibilità di decidere se ha voglia o meno
di veder la propria vita trasformata in merce da macelleria – chi si ricorda
delle frattaglie ai giornalisti?
In realtà però, dietro l’apparente assenza di ragioni
per collaborare a tale porcheria, possono celarsi motivazioni che un senso ce
l'hanno, per quanto subdolo e miserabile sia. Su questo piano un motivo
plausibile per prestarsi a una simile operazione potrebbe essere molto
banalmente di tipo politico-rackettistico: tirare acqua al proprio mulino. Ecco
dunque come una esperienza umana di tale intensità, e tragicità, può diventare
per qualcuno l’occasione per raccattare un po’ di notorietà in giro per il
mondo, per vedere un’apologia del proprio “movimento” e della propria ideologia
divenire un vero best-seller. È un’ipotesi.
Ma a nostro avviso, anche se per qualcuno questo
miserabile tornaconto può aver avuto il suo peso, la questione centrale che
sottende una simile operazione e il fatto che non sia purtroppo un episodio
isolato, è ahinoi ancora un’altra. Essa attiene alla diffusa interiorizzazione
della mediazione delle immagini nei rapporti sociali e individuali, al trionfo
dello spettacolo come rovesciamento continuo della vita reale nella sua rappresentazione.
Che un novantenne, al termine della sua parabola biologica, viva di ricordi e
rappresentazioni del suo vissuto, è triste ma comprensibile. Che un’intera
organizzazione sociale viva sulla riduzione dei suoi membri a comparse di uno
spettacolo fondato sull’alienazione e separazione degli esseri umani dalla
propria attività, dalla natura e da se stessi, è sintomo di un declino che si
vorrebbe eternizzare; lo sappiamo. Ma che anche tra individui, amici, compagni,
addirittura tra le forze che si dichiarano nemiche di questo spettacolo, ci sia
una tale condivisione acritica del modello mercantile al punto da difendere la
spoliazione dei propri compagni e di se stessi, per favorirne la
rappresentazione spettacolare, allora c’è qualcosa che proprio non torna.
Ci sembra d’altronde sia lo stesso meccanismo che fa
sì che nei cortei, ultimamente, ci sia quasi la metà dei partecipanti che
scende in piazza per fotografare, filmare, cogliere l’immagine. A parte le
conseguenze a livello repressivo che tutti sanno, emerge il fenomeno per cui
non si fa qualcosa per la volontà, l’interesse o il piacere di farlo, ma si fa
una cosa per poterla rappresentare. Voilà il rovesciamento
è compiuto, la realtà non è più che l’attributo della sua rappresentazione.
Tanto varrebbe evitare di vivere, basta l’immagine di un vissuto che ormai non
è che la sua fastidiosa palla al piede da amministrare.
Per quanto riguarda la realizzazione tecnica del
libro, non sappiamo con precisione le modalità con cui questo giornalista sia
venuto a conoscenza della vita di Soledad, se non per quanto lui stesso afferma
in appendice al suo libro, e lo riportiamo testualmente:
«Voglio ringraziare per il loro aiuto per questo
libro: soprattutto la famiglia Rosas: Marta, Gabriela, Luis, che mi hanno
aperto le loro porte e quelle di Soledad. Rodolfo Gonzalez Arzac, giornalista,
che mi ha aiutato con molte delle interviste a Buenos Aires. Tobia Imperato,
storico anarchico torinese, che ha fatto onore alla sua idea e che mi ha
fornito tutto il suo materiale. Luca Bruno, Ita Primavera, Mario Skizzo, Pipero
e gli altri okupas di Torino, tanto ospitali. Silvano Pelissero, che mi
ha ricevuto nella sua prigione contadina. Guillermo Piro, che mi ha aiutato a
superare le insidie dell’italiano. Christian Ferrer, il mio maestro anarchico.
Tutti quelli che hanno parlato a questo libro».
Altri “confidenti” vengono citati all’interno del
testo, anche se poi non riportati tra i ringraziamenti. Non abbiamo al momento
altre notizie al riguardo, né sappiamo cosa ne pensino molte delle persone
citate (se non per coloro che in diverse occasioni hanno difeso il libro e
hanno scelto di diffonderlo in Italia). Peraltro ciò che ci preme affrontare e
criticare è una questione di metodo generale – di una scorrettezza ancor più vigliacca
perché fatta sulla pelle di chi non può più dire la sua – e non tanto la
ricerca delle responsabilità personali – perlomeno in questa sede.
In ogni caso, che questo giornalista si sia presentato
come un compagno, volenteroso difensore della memoria di Soledad, ingannando i
suoi ignari informatori, o che si sia dichiarato per ciò che è, l’affamato
cronista in cerca di un cadavere da sezionare che gli è stato servito con
dovizia di particolari, la cosa non cambia. In altre parole, che costui abbia aggirato
dei dementi o abbia trovato dei complici consapevoli, è lo stesso. Non siamo in
tribunale, la buona o cattiva fede non interessa (imbecilli e stronzi sono
ugualmente pericolosi). Per altro, prese di distanza pubbliche (così sollecite
in altre circostanze) in questo caso non le abbiamo sentite dai citati
informatori. Anzi. Le uniche parole pronunciate pubblicamente in merito sono
state di apprezzamento di tale libro in quanto corretto e veritiero.
Che si tratti di verità o di menzogna non ci interessa,
non è questo il punto.
A noi tutto questo sembra pazzesco. La scorrettezza di
ciò ci sembra di un’evidenza tale che soltanto la condivisione della nefandezza
di questi tempi miserabili può far passare con un’alzata di spalle. Questi
metodi non possono passare. A questi informatori va detto da ogni dove che si
devono fare i cazzi propri; che parlino di se stessi.
Ma che almeno tra chi ha a cuore la propria dignità
non passi il principio che le proprie vite, le nostre vite, oggi o domani,
possano diventare carne da macello per le manovre del primo politicante o
imbecille di turno, ci sembra sia veramente il minimo da difendere.
Torino, 3 dicembre 2003