La
critica della scienza e della tecnologia
nei
movimenti dagli anni Settanta a oggi
Rovereto, 15 dicembre 2005
(intervento, a cura del centro di
iniziativa Luca Rossi di Milano, durante un incontro con alcuni partecipanti ai
comitati NO TAV della Val Susa)
Questo testo deve intendersi come uno «scalettone», forse utile per discutere, ma comunque privo di ogni pretesa di esaustività. È suddiviso in tre parti: nella prima, a partire da tre «date chiave», vengono proposti taluni elementi di riflessione; nella seconda si dà conto di «alcune esperienze di critica della scienza e della tecnologia prodotte dal movimento, in Italia, dall’inizio degli anni Settanta a oggi» (attraverso l’enumerazione di opuscoli, libri e riviste); la terza parte, infine, vede la sintetica presentazione di «due contributi teorici: Bordiga e Cesarano», che lo scrivente considera di primaria importanza. Alla vaga astrattezza della «conclusione» hanno, nel frattempo, posto rimedio le concretezze valsusine. Il limite principale di questa relazione (dimenticanze a parte), a mio parere, sta nel considerare pressoché esclusivamente la «produzione scritta», che delle esperienze di movimento costituisce solo un elemento (e non sempre il più significativo). Ma carenze di conoscenza e di tempo mi hanno impedito di fare altrimenti. Impareremo vivendo.
1.
Tre date chiave
1828
— Il medico bostoniano Jacob Bingelow introduce l’uso moderno della parola tecnologia,
definendola come «il complesso […] dei principî, dei processi e delle
terminologie dei principali mestieri, soprattutto di quelli che comportano
applicazioni della scienza e che possiamo definire utili, perché tornano a
vantaggio della comunità, oltre a garantire una remunerazione a coloro che vi
si dedicano».
«Vantaggio
della comunità» e «remunerazione a coloro che vi si dedicano». Qui sta il
punto! Come ha rilevato David F. Noble: «La tecnologia moderna che si ispira
alla scienza è stata caratterizzata fin dall’inizio dagli imperativi sovrani
delle manifatture: l’utilità e il profitto. Fin dalla nascita, la tecnologia
moderna non è stata nulla di più e nulla di meno che la trasformazione della
scienza in uno strumento di accumulazione del capitale» (Progettare
l’America. La scienza, la tecnologia e la nascita del capitalismo
monopolistico, trad. it. Einaudi, Torino, 1987).
E
viceversa, come ha sostenuto Edward Palmer Thompson (Customs
in Common. Studies in Traditional Popular Culture, Merlin, London, 1991)
facendo infuriare gli economisti ortodossi, l’idea che le nuove tecnologie
creino nuovi lavori e aumentino la ricchezza sociale, come teoria
ovunque applicabile, è una sciocchezza mai dimostrata: se qualcosa di
simile è accaduto (ma a quali costi!, e a partire da ben precisi assetti di
potere economico, politico e militare) nei Paesi culla del capitalismo,
l’esperienza di gran parte del mondo restante è di segno diametralmente
opposto. La potenza del capitale ha distrutto le società tradizionali del
cosiddetto Terzo Mondo senza permettere alla loro popolazione l’accesso al
mondo industriale. Aggiunto a una squilibrata crescita demografica, questo
impatto ha sottoposto a un brutale spossessamento una gran parte dell’umanità,
gettandola nella più totale miseria. Miseria che è sempre socialmente prodotta, non mai frutto di una naturale scarsità
o di un insufficiente sviluppo delle forze produttive.
Perché,
come ha dimostrato l’antropologo americano Marshall Sahlins (L’economia
dell’età della pietra. Scarsità e abbondanza nelle società primitive,
trad. it. Bompiani, Milano, 1980), la scarsità, lungi dall’essere statuto
delle società di cacciatori-raccoglitori del Paleolitico o delle società
tradizionali basate sul «modo di produzione domestico», è semmai l’assioma
– e il destino – del sistema capitalista, dove l’insufficienza dei mezzi
rispetto ai fini è assunta come punto di partenza di ogni attività economica e
dove, fuori del regno delle idee, gli uomini e le donne vengono violentemente separati dai loro mezzi di sussistenza e impoveriti, affinché non possano fare altro, se vogliono
sopravvivere, che trasformarsi in proletari.
[Merita
di notarsi che gli Autori sopraccitati sono tutti e tre strettamente legati al
movimento di critica della civiltà capitalista manifestatosi negli ultimi
quarant’anni: David F. Noble (cui si deve, fra l’altro, La
questione tecnologica, trad. it. Bollati Boringhieri, Torino, 1993) fu «bruciato»
al MIT e alla Smithsonian Institution, venendo poi giubilato
dall’amministrazione dell’Harvey Mudd College di Claremont (California) in
quanto «anti-technology», mentre Lorna Marsden, presidente della York
University di Toronto, lo definì «anti-science» e «anti-intellectual» prima
di licenziarlo.
Edward
P. Thompson (1924-1993) fonda nel 1952 la rivista «Past and Present»,
attraverso la quale vuol far udire la voce delle classi lavoratrici e farne
conoscere la storia, oscurata da più di tre secoli di ruggiti imperiali («Io
cerco di riscattare dall’enorme condiscendenza dei posteri il calzettaio
povero, il cimatore luddista, il tessitore a mano “antidiluviano”,
l’artigiano e operaio specializzato “utopista” e perfino il seguace deluso
di Joanna Southcott», scriverà nella prefazione all’indimenticabile Rivoluzione
industriale e classe operaia in Inghilterra, libro mai più ripubblicato in
Italia dopo l’edizione del 1969). Uscito dal Partito Comunista di Gran
Bretagna dopo i «fatti d’Ungheria» del ’56, con il Manifesto
di maggio partecipò alla nascita della New Left. Nominato professore di
storia all’Università di Warwick nel 1965, Thompson abbandona definitivamente
l’insegnamento nel 1971 in solidarietà con il movimento studentesco e per
protesta contro le amministrazioni universitarie. Dopo aver criticato
strenuamente i governi laburisti del 1964-70 e del 1974-79, negli anni Ottanta
si spende senza risparmio contro il thatcherismo e nel movimento
antimilitarista. L’allievo più conosciuto di E.P. Thompson, Peter Linebaugh,
è autore (insieme con Marcus Rediker) di The
Many-Headed Hydra (trad. it. I ribelli
dell’Atlantico. Marinai e rinnegati: la storia perduta di un’utopia
libertaria, Feltrinelli, Milano, 2005). Questo libro celebra l’Idra dalle
molteplici teste, capaci di rinascere una volta tagliate, simbolo del popolo dei
diseredati (marinai, schiavi, soldati, plebaglia, ma anche gruppi organizzati
come i pirati e gli affiliati a sètte religiose radicali), e la contrappone a
Ercole, simbolo di Ordine e Progresso, l’eroe della classe dominante
britannica nei secoli che vanno dal regno di Elisabetta I all’ascesa al trono
di Vittoria.
Infine,
l’eminente antropologo statunitense Marshall Sahlins (nato nel 1930) partecipò
al movement negli anni Sessanta e alle
lotte contro la guerra del Vietnam, prima di trascorrere due anni a Parigi, dove
ebbe modo di vivere il Maggio ’68.]
1930
— Negli Stati Uniti, l’approvazione della Legge
sulle Piante (Plant Act) sconvolge
la distinzione tra vivente e inanimato prima unanimemente riconosciuta (in base
alla quale solo l’inanimato poteva essere oggetto di un brevetto),
sostituendole una nuova opposizione: quella tra i prodotti della natura
(inanimato + vivente vegetale o animale) e l’attività dell’uomo.
Sulla
base di questa distinzione, il vivente può d’ora in poi essere scomposto in
vivente naturale e vivente artificiale: basta un intervento umano attivo sulla
struttura del vivente perché esso prenda de
jure, lo statuto di «vivente artificiale» e, pertanto, lo statuto di «cosa»
o «bene». Situandosi «fuori della natura», l’uomo-capitale può rendersene
giuridicamente signore.
Il
Plant Act pone così la premesse
giuridiche per la capitalizzazione del settore agro-alimentare e, più in
generale, del vivente (che sfocerà infine, all’inizio degli anni Settanta,
nell’ingegneria genetica e nelle biotecnologie).
Il
«brevetto della vita» e la connessa vicenda degli accordi sui diritti di
proprietà intellettuale (TRIPs) dimostrano, ancora una volta, come avesse
ragione quel napoletano il quale, una cinquantina d’anni or sono, scriveva che
la pretesa alla proprietà intellettuale è, fra tutte, la più infame.
«La
veduta della natura che si acquisisce sotto la signoria della proprietà privata
e del denaro, è l’effettuale dispregio, la pratica svalutazione della natura,
che certo esiste nella religione ebraica, ma esiste solo come vanteria. In
questo senso Thomas Müntzer dichiara insopportabile “che tutte le creature
siano state rese proprietà, i pesci nell’acqua, gli uccelli nell’aria, i
vegetali sulla terra – anche la creatura dovrebbe diventar libera”» (Sulla
questione ebraica di Karl Marx, nella traduzione di Luciano Parinetto). La
vecchia rappresentazione predatoria e signoresca della natura, in cui l’uomo
dominato dal valore che si autovalorizza entro un processo di crescente
autonomizzazione compensa la sua reale impotenza
sociale nel dominio fantasmatico della natura, questa vecchia
rappresentazione compensatoria vuole ora diventare performance,
realtà prodotta, addirittura
l’unica realtà validata dai protocolli di adeguatezza alla Modernità, così
come la declina il totalitarismo del Capitale Senile.
1973
— Le disgrazie non giungono mai sole: inaugurazione della centrale atomica
autofertilizzante Phœnix a Marcoule (Francia) e produzione di un ibrido di
grano e segala.
La
vicenda del nucleare è paradigmatica: sotto il dominio reale del Capitale
Totale non si può distinguere un uso civile «buono» delle tecnologie di punta
da un loro uso militare «cattivo», una ricerca «buona» da un impiego «cattivo»,
un uso «controllato» e «pubblico» da uno «privato». È un continuum
di comando, business, servitù e demenza.
Ciò
viene riconosciuto, benché (ovviamente) in modo più neutro e con parole più
sobrie, anche da analisti e sociologi della scienza: «In effetti queste
discipline [l’Autore sta parlando dell’Artificial
Intelligence e dell’Artificial Life]
– la cui difficile collocazione nell’area scientifica o in quella
tecnologica testimonia la costituzione di un continuum
fra scienza e tecnologia che costituisce uno degli eventi originali del XX
secolo – non hanno come finalità dichiarata la sola conoscenza dei fenomeni
legati all’intelligenza o alla vita. Esse, in verità, mirano esplicitamente
alla “riproduzione” del proprio oggetto di indagine e, si badi bene, non
nella sola e classica accezione della “riproducibilità” di ipotesi sullo
stato del mondo, ma esattamente nel senso di una ricostruzione dell’oggetto
naturale sulla base di qualche suo modello» (Massimo Negrotti, L’organismo
si fonde con la macchina; la vita artificiale, in Atlante del Novecento, Utet,
Torino, 2000, vol. II).
A
chi assegnare la palma della demenza nel campo delle clonazioni? A Francis
Fukuyama (un oscuro funzionario del dipartimento di Stato USA «lanciato» nel
1988 sul palcoscenico del «pensiero unico» a opera della Fondazione Olin:
prodotti chimici), con la sua tesi su di una «post-umanità» in cui realizzare
per via biotecnologica «ciò che gli specialisti dell’ingegneria sociale non
sono stati in grado di fare»? Oppure al biologo evoluzionista britannico
Richard Dawkins, il quale a proposito dell’ibridazione uomo-scimpanzé ha
scritto che «il mondo che verrebbe tanto sconvolto da un evento così
secondario, come un’ibridazione, è veramente un mondo specista, dominato
dalla mente discontinua»? [Ultimora:
entra in corsa e guadagna subito le posizioni di testa Giuseppe Stalin, che a
metà degli anni Venti «finanziò un piano segreto per generare in laboratorio
“un nuovo essere invincibile”», sognando «un’armata costituita da
umanoidi dotati di una forza prodigiosa e di un cervello sottosviluppato:
“Poco sensibili al dolore, resistenti e indifferenti alla qualità del
cibo”. Il Politburo del PCUS nel 1926 approvò il progetto e incaricò
l’Accademia delle Scienze di studiare come produrre “macchine da guerra
viventi”» (nonché forza-lavoro gratuita, da sfruttare nelle miniere di
carbone, per lo scavo di canali, per la costruzione di strade e ferrovie in
Siberia e nelle regioni artiche). Il progetto, che fu affidato al famoso
genetista Ilia Ivanov, ottenne l’appoggio anche dell’Istituto Pasteur di
Parigi. Di fronte ai ripetuti fallimenti, la ricerca fu bloccata all’inizio
degli anni Trenta, ma l’allevamento georgiano delle scimmie per
l’ibridazione sarebbe stato smantellato solo nel 1991. Cfr. Giampaolo Visetti,
URSS, l’esercito degli uomini-scimmia,
«la Repubblica», 18 dicembre 2005.]
Sono
gli stessi toni deliranti, lo stesso terrorismo modernista che si udirono alla i
Conferenza di Ginevra sugli usi pacifici dell’energia nucleare nel 1955:
mirabolanti promesse circa le centrali elettronucleari (tecnologicamente sicure,
prive di effetti ambientali dannosi e capaci di produrre uno sviluppo economico
illimitato), le possibilità d’impiego controllato delle esplosioni atomiche
(per spianare montagne e costruire canali) e una serie di benefìci in campo
medico (radiologia diagnostica e terapeutica). Lì, probabilmente, ebbe inizio
l’èra della completa prostituzione della comunicazione, della scienza e della
medicina agli imperativi del capitale e dello Stato (che negli Stati Uniti, nel
trentennio ’44-74, ha comportato, fra l’altro, centinaia di fughe
radioattive intenzionali e 4 mila esperimenti di radiazione su cavie
inconsapevoli: bambini affidati a istituti assistenziali, malati gravi, uomini
di colore, carcerati e minatori).
2.
Su alcune esperienze di critica della scienza e della tecnologia prodotte dal
movimento, in Italia, dall’inizio degli anni Settanta a oggi
Il
Sessantotto, l’«autunno caldo», la controcultura e i movimenti di
liberazione delle donne producono una sferzante critica sociale del sapere
tecnico-scientifico, del ruolo degli specialisti, del nesso sapere-potere. «Quel
che viene contestato è il ruolo professionale, inteso come esercizio del potere
legittimato dall’esclusività delle competenze tecniche e, insieme ad esso, la
pretesa neutralità del sapere scientifico» (scheda sui «Movimenti nelle
professioni», in Il Sessantotto, la
stagione dei movimenti. 1960-1979, Edizioni Associate, Roma, 1988). Come
scrive Primo Moroni nel libro L’orda d’oro 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa,
politica ed esistenziale (2ª ed. Feltrinelli, Milano, 2005), «tra le
dinamiche interne alla forma di lotta non vanno dimenticate quelle che
riguardano il campo delle scienze o della scienza tout court. Qui non ci sono unicamente le innovazioni tecnologiche
elaborate per controllare la conflittualità operaia, c’è anche il mondo
della medicina e della psichiatria, i problemi della salute del corpo e della
mente. Gli anni Settanta sono stati una critica radicale e innovativa, senza
ritorno, del medico come “tecnico del capitale”, dello psichiatra come
“tecnico del controllo”. Già in queste definizioni è contenuto il percorso
critico che porterà alcuni “tecnici” delle istituzioni totali a mettere in
discussione il proprio ruolo, seguendo un analogo percorso praticato dagli
intellettuali dissidenti degli anni Sessanta».
Passeranno
diversi anni prima che questo colpo venga assorbito, l’Esperto possa
reindossare i suoi paramenti sacri e il Sapere possa cercare nuovamente di
riautentificarsi come Potere Buono.
Nel
’68, Einaudi pubblica il libro L’istituzione
negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico, a cura di Franco Basaglia (60
mila copie vendute, tra il ’68 e il ’72). «L’impatto formidabile del
lavoro di Basaglia non è solamente dovuto al suo rendere visibili gli orrori
dell’istituzione manicomiale e l’umanità dolente dei reclusi (si sarebbe
trattato in questo caso di un semplice compito di denuncia di tipo riformista),
ma dal suo andare alle radici della funzione della psichiatria e della figura
del “folle”, del “matto”, come figure e funzioni tutte interne alla
logica di dominio del capitale» (P. Moroni). Nel 1972 compaiono i «Fogli di
informazione», a cura di Agostino Pirella e Paolo Tranchina. Partendo
dall’esperienza dell’Ospedale Psichiatrico di Gorizia e dal gruppo che fa
capo a Franco Basaglia, la critica del manicomio come istituzione totale si
allarga all’insieme delle istituzioni e strutture basate sulla segregazione e
l’esclusione. Oltre all’esperienza basagliana, non si possono non ricordare
qui i nomi di Sergio Piro e Giorgio Antonucci, la diffusione in Italia di Fare
della malattia un’arma dell’SPK [Collettivo Pazienti Socialisti
dell’Università di Heidelberg] da parte del Collettivo Editoriale Genova
(Genova, s.d.), la Psicopatologia del
non-vissuto quotidiano. Appunti per il superamento della psicologia e per la
realizzazione della salute di Piero Coppo (già partecipe di «Ludd»),
l’allegra brigata degli «analisti selvaggi», le riviste «Il piccolo Hans»
e «L’Erba voglio», nonché il cospicuo utilizzo che nel movimento, intorno
alla metà degli anni Settanta, si fece di Szasz e Goffman (autori,
rispettivamente, de Il mito della malattia
mentale e di Asylum), Foucault,
Deleuze e Guattari.
Nel
’73-74 sia l’Assemblea autonoma dell’Alfa Romeo (organo: «Senza padroni»)
sia l’Assemblea autonoma di Porto Marghera (organo: «Lavoro zero»,
bollettino cicl.) producono studi e autoinchieste su comando capitalista,
sfruttamento e nocività (si veda anche Mortedison di Giovanni Rubino e Corrado Costa, 1974). I frutti di
questo filone di ricerca «operaia» continueranno poi a comparire su riviste e
pubblicazioni come «CONTROinformazione», «Primo Maggio», Il comando cibernetico e «Metroperaio». E la critica passerà per
mille rivoli dalla «fabbrica» al «sociale», dalla «produzione» alla «riproduzione».
A mo’ d’esempio di questi transiti, citiamo il n. 467 di «Casabella»
(marzo 1981). In questo fascicolo, dedicato al tema Condizione
femminile e condizione abitativa, le tipologie e tecnologie dello spazio
domestico sono «smontate» e criticate, alla luce degl’insegnamenti di
Sigfried Giedon (L’èra della meccanizzazione, trad. it. Feltrinelli, Milano,
1967), Werner Hegemann (La Berlino di
pietra. Storia della più grande città di caserme d’affitto, trad. it.
Mazzotta, Milano, 1975), Henri Lefebvre, Michel Foucault ecc. Tra i saggi più
significativi, quello delle tedesche Barbara Duden e Gisela Bock. Quest’ultima
in quegli anni animava, insieme con Karl Heinz Roth e Angelika Ebbinghaus, la
rivista «Autonomie», Materialien gegen die Fabrikgesellschaft, molto legata al
filone italiano dell’Aut. Op. Sul n. 13 di questa rivista (Neue Folge, 1983),
dedicato a Imperialismus in den Metropolen.
Der technologische Angriff, va segnalato Sabotage, una ben documentata ricerca sulle pratiche di sabotaggio
condotta sul filo del divenire dell’esperienza proletaria.
Nelle
Otto tesi per la storia militante «Primo
Maggio» cercherà di trarre da queste esperienze una visione della scienza di
portata generale: «Proviamo ad assumere […] il punto di vista operaio sulla
scienza. Scienza come macchinario, quindi scienza come “potenza ostile” alla
classe, secondo la felice espressione marxiana nei Grundrisse,
lavoratore intellettuale come lavoratore produttivo, inserito nel ciclo di
socializzazione del capitale o nell’apparato di legittimazione del comando.
[…] In conclusione: scienza e tecnologia come una cosa sola, materializzata in
macchinario, “potenza ostile” alla classe, oggetto ambedue di un processo
parallelo di liberazione, da parte della classe e del lavoro intellettuale,
concreto o potenziale. Non appena la classe e il lavoro intellettuale si muovono
in maniera antagonista enormi processi cognitivi s’innescano all’interno
dello scontro, come prodotto dello scontro, una forza-invenzione latente si
libera e si traduce in conoscenze specifiche, nuove tecniche e nuove scienze» («Primo
Maggio, n. 11, inverno 1977-78).
All’inizio
del 1974 Giulio Alfredo Maccacaro, direttore dell’Istituto di Biometria
dell’Università di Milano, assume la direzione di «Sapere», mensile di
divulgazione scientifica fondato nel 1935 da Carlo Hoepli. [Maccacaro, ex
partigiano della Brigata Barni, attiva nell’Oltrepò pavese, fin dall’inizio
degli anni Cinquanta si era impegnato in coraggiose e spesso solitarie battaglie
contro le baronie medico-universitarie (Toglie il respiro il nitrile nei
corridoi, / mentre marciano in divisa baroni plebei: / vanno in processione col
camice, il regolo, i quiz / la superbia, l’ignoranza e la routine) e in difesa
delle loro vittime, come quei bambini ricoverati nella clinica pediatrica
dell’università di Pisa costretti a ingoiare colture di germi «noti come
capaci di accompagnarsi a episodi acuti di gastroenterite», nel 1953, o quei
neonati costretti a respirare gas nervino alla Clinica del lavoro di Milano,
oppure a convivere per tutta la vita con eczemi causati volontariamente, sempre
all’Università di Milano, alla clinica dermatologica. Per non parlare del «caso
Sirtori», direttore generale dell’Istituto Gaslini di Genova, che aveva
somministrato a due bambini di 3 e 2 anni e a un ragazzino di 8, affetti da
epatite virale, l’azotriopina, un farmaco che invece di curare la malattia ne
potenziava gli effetti, così da riuscire a fotografare il virus. Nei primi anni
Settanta Giulio Maccacaro avvia una sua inchiesta sulle vittime del talidomide,
il «sedativo maledetto» responsabile di migliaia di casi di focomelia in
Europa. E scopre che il farmaco era stato commercializzato in Italia da almeno
sei industrie, causando come minimo un centinaio di focomelici, nessuno dei
quali risarcito. Pochi mesi prima, il 18 ottobre 1970, aveva pubblicato sulla
rivista «L’Astrolabio», in collaborazione con Renato Boeri, Elvio Fachinelli
e Giovanni Jervis, una controperizia sull’autopsia di Giuseppe Pinelli,
arrivando a una conclusione tanto argomentata nei dettagli quanto semplice: «Suicidio
impossibile» (Giampiero Borrella, Un uomo
da non dimenticare. Giulio Maccacaro, http://www.mobydick.it/giorno/maccar.html).
Infine, a metà degli anni Settanta, segue con passione la vicenda dei militanti
della RAF incarcerati e sottoposti alla «tortura dell’isolamento»,
collaborando alla redazione del libro 1975,
tortura in RFT (Collettivo editoriale 10/16, Milano, 1975), e il disastro
ambientale di Seveso: «Data: 10 luglio 1976; luogo: Seveso e altri comuni della
Brianza; colpevole: ICMESA di Meda; mandante: HOFFMANN-LA ROCHE di Basilea;
complici: governanti e amministratori italiani di vario livello (centrale,
regionale, locale); arma: organizzazione scientifica di produzioni tossiche;
reato: lesioni e danni di varia natura e gravità; vittime: lavoratori,
popolazione, ambiente. […] Un po’ per ignoranza, un po’ per cercare di
evitare che le donne incinte della zona ricorressero all’aborto terapeutico
per molto tempo la scienza ufficiale cercò di minimizzare i danni da diossina.
Ci fu addirittura un cretino, tal Trabucchi professore all’università di
Milano, che si offrì di mangiare l’insalata di Seveso per dimostrare che non
faceva danno. […] Intanto la Hoffmann organizzava congressi su congressi dove
potevi chiedere qualunque cosa, anche l’odalisca in camera, purché accettassi
acriticamente e diffondessi le tesi tranquillizzanti della multinazionale.
Risultato: giornali scientifici considerati seri come “The Lancet”
pubblicarono soffietti a favore della tesi dell’innocuità della diossina; in
Svizzera nessun giornale parlò mai del disastro di Seveso» (da «Sapere», n.
796, novembre-dicembre 1976, editoriale di Giulio Maccacaro). Si veda anche il
volume Gli erbicidi: usi civili e bellici.
Il Viet Nam, i Veterani USA, Seveso. Effetti Tardivi sull’Uomo e l’Ambiente,
a cura di Luigi Bisanti, Coneditor, Milano, 1985, che contiene gli atti di un
convegno promosso e organizzato dal Comitato Italia-Vietnam di Milano. Inoltre: Attualità
del pensiero e dell’opera di G.A. Maccacaro, a cura del Centro per la
salute «Giulio A. Maccacaro» di Castellanza, Milano, 1988.]
Per
caratterizzare lo spirito che dovrà animare la nuova serie della rivista,
Maccacaro scrive: «L’iniziativa si concentra su un solo tema: scienza e
potere. Il potere costituito dal capitale e il potere rivendicato dal lavoro. La
scienza come fattore di moltiplicazione del primo e come fattore di liberazione
del secondo: dunque non opera di divulgazione della scienza ma opera
scientifica, cioè fondata sull’analisi dell’esperienza delle masse, di
propaganda delle sue contraddizioni, come la percepiscono dall’interno gli
operatori del settore, ma soprattutto come la vivono, oggettivamente e
soggettivamente, quelli che, “esterni”, dal settore vengono lavorati. Far
parlare chi di scienza muore e chi, sapendolo o no, di scienza fa morire.
Riscoprire il primato politico della lotta dei primi che sola si può porre come
momento unificante per la liberazione dei secondi».
«Fare
scienza» significa sempre lavorare «per» o «contro» l’uomo: sulla base di
quest’impostazione critica «Sapere» si occupa di crisi energetica ed
ecologia, del cancro da lavoro, della diossina a Seveso e delle varie nocività
industriali, di demografia, di informatica e organizzazione del lavoro, di
alimenti industriali, genetica, psichiatria, psicologia e studio
dell’intelligenza, del rapporto fra medicina, economia e potere.
Sulla
scorta di quest’esperienza, nel 1976 nascono «Medicina democratica»,
movimento di lotta per la salute, in collegamento con varie realtà sociali e di
fabbrica dell’Italia settentrionale, a partire dal CdF della Montedison di
Castellanza, e «Geologia democratica», emanazione di un organismo costituitosi
a Milano a dieci anni dalla «catastrofe costruita» del Vajont (la definizione
è di Tina Merlin), che affronta criticamente questioni quali
l’approvvigionamento idrico, l’inquinamento, la fame, le alluvioni, il
dissesto idrogeologico e la difesa del suolo.
Dopo
la morte di Maccacaro, avvenuta il 16 gennaio 1977, all’età di 53 anni, il
gruppo redazionale della rivista «Sapere» viene velatamente accusato dal PCI
di «fiancheggiare» la lotta armata e sostituito con uno più «morbido» e «responsabile».
Gli elementi più vicini all’ispirazione di Maccacaro daranno in seguito vita
alla rivista «SE. Scienza/esperienza», diretta da Giovanni Cesareo.
Nel
marzo 1974, sotto la direzione di Dario Paccino (che l’anno precedente aveva
pubblicato un importante libro presso Einaudi, L’imbroglio
ecologico), inizia ad apparire «Rosso Vivo», foglio mensile di lotta
ecologica (redazione milanese: Ettore Tibaldi). Nell’articolo di apertura del
n. 0 si legge: «Il mondo del padrone va in rovina, e allora ecco l’imbroglio
ecologico: il tentativo di far credere che siamo tutti sulla stessa barca. […]
Questo mondo Nero Morto, è il suo
mondo […] il nostro mondo, la società libera dallo sfruttamento, dalla servitù
del lavoro nasce dalle rovine di questo […] diamogli la spallata finale.
Questo è quello che intendiamo dicendo Rosso
Vivo. Perché ci interessa la vita e non vogliamo che acqua, cielo, terra,
cervelli siano inquinati e avvelenati dal padrone […] fino a oggi abbiamo
lasciato giocare su questo terreno solo il padrone. È stato uno sbaglio […]
crediamo che sempre più questo è un terreno reale di scontro […] Per questo
abbiamo fatto un giornale […] che deve nascere dal movimento reale».
Dal
1974 al 1986 la rivista di Paccino, che grossomodo fa politicamente riferimento
a Via dei Volsci, tratterà di salute, alimentazione, suolo e territorio,
questione urbana, nucleare e risorse energetiche, carceri e manicomi, lavoro,
sottosviluppo ed emigrazione, minoranze, guerra.
Verso
la metà degli anni Settanta, come portato diretto all’interno dell’editoria
ufficiale dell’elaborazione di movimento vanno segnalate almeno quattro
iniziative: le collane “Scienza e politica” (a cura di Marcello Cini e
Giulio A. Maccacaro) e “Medicina e potere” (a cura dello stesso Maccacaro)
presso Feltrinelli, la collana “Salute e società” (anch’essa sotto la
direzione editoriale di Maccacaro) per ETAS/Kompass
e, presso Bompiani, la collana “La scienza critica” (a cura di Gian Battista
Zorzoli).
In
apertura della collana “Scienza e politica” si legge: «In ogni caso
importava nascondere l’intreccio tra scienza e profitto: negare che la scienza
sia strumento modulabile per il potere della classe dominante, arma
teleguidabile del comando imperialista. Ma Vietnam, rivoluzione culturale
cinese, maggio francese, autunno caldo italiano hanno scoperto
quell’intreccio, rovesciata questa negazione. Così come il rifiuto della
delega e la domanda di partecipazione, l’affermazione della soggettività
operaia e la lotta all’organizzazione capitalistica del lavoro hanno posto le
premesse per una critica di massa del feticcio scientista». Fra i testi apparsi
in questa collana va ricordato almeno L’ape
e l’architetto, che nel 1972 aprì in Italia il dibattito sulla «non
neutralità della scienza». [Il PCI cercò di squalificarne gli Autori –
Marcello Cini, Giovanni Ciccotti, Michelangelo de Maria e Giovanni Jona-Lasinio
– definendoli «epistemologi della domenica»; e fu a proposito di questo
libro che Giorgio Bocca incluse il fisico M. Cini fra i «cattivi maestri» che
avrebbero avviato una generazione verso il «terrorismo» (Bocca non usò le
virgolette). Al riguardo, si veda l’autobiografia di Marcello Cini, Dialoghi
di un cattivo maestro, Bollati Boringhieri, Torino, 2001.]
Questi
temi vengono ripresi nella presentazione al libro che inaugura nel 1975 la
collana “La scienza critica” (La
spirale delle alte energie. Aspetti politici e logica di sviluppo della fisica
delle particelle elementari, di Angelo Baracca e Silvio Bergia): «Tra i
frutti essenziali della recente “rivoluzione culturale” studentesca c’è
la consapevolezza della non neutralità della scienza».
Infine
l’ipotesi di lavoro che “Medicina e potere” si propone di verificare e
approfondire è che «la medicina – come la scienza – sia un modo del
potere: che, anzi, nella conversione e gestione scientifica di dottrine e
pratiche, contenuti e messaggi, enti e funzioni, ruoli e istituti, divenga
propriamente potere, sostanza e forma del suo esercizio».
Nel
febbraio 1976 compare il primo numero dei «Quaderni di controinformazione
alimentare», pubblicati dalla CLESAV, la cooperativa libraria e editoriale
della Facoltà di Agraria di Milano. La rivista, che già nel nome rimanda
all’esperienza pratico-teorica della controinformazione,
tratta estesamente dell’industria alimentare, denuncia l’uso di additivi e
la presenza di contaminanti, affronta la questione della costruzione di un
movimento di consumatori, pubblica documentazioni e inchieste su singoli cibi,
ospita dibattiti sulla macrobiotica, schede su erboristeria ecc.
Oltre
ai «Quaderni di controinformazione alimentare» la CLESAV ha pubblicato «Coordinamento
agricoltura» (1975-1977) e importanti testi critici sull’industria
agro-alimentare, la questione dei monopolî delle sementi, il ciclo capitalista
della fame, l’apartheid.
Su
questi temi va ricordata anche un’esperienza come quella dei «Quaderni d’Ontignano»,
editi dalla Libreria Editrice Fiorentina (quella che aveva pubblicato Lettera
a una professoressa della Scuola di Barbiana, L’obbedienza non è più una virtù di don Milani e i testi della
Comunità dell’Isolotto). Fra i titoli più significativi dei «Quaderni d’Ontignano»
segnaliamo: I miti dell’agricoltura
industriale, di F.M. Lappè e J. Collins; Wovoka, la proposta rivoluzionaria dei nativi americani; La
rivoluzione del filo di paglia, di Masanobu Fukuoka.
«El
Salvanèl el vegnirìa a eser en folet dispetos che l’abita su per le nose
montagne. Nà volta i lo conoseva tuti… ancòi, i mateloti no i sa gnanca chi
che l’è! El Salvanèl l’ha sempre defendù le val, i boschi e tuti i scròzi
’ndo che ’l vive. Bòm come ’l pam con chi che ’l zuga con lu, dispetos
e anca catìf quan’ ché l’om el vol far el furbo, e darghe da entender che
l’è el parom del mondo, quan’ che ’l prova a profitarsene de lu, de la so
casa, de la so bontà. Da ’sto folet, l’om l’ha ’mparà tùt quel che
serve per poder viver sui monti, a provar rispèt per la tera ’ndo che se vive»:
così recita l’incipit di una delle riviste («El Salvanèl», n. 1, gennaio
2005) che mi donaste la sera del «Van der Lubbe».
Proviamo
ora a mettere in costellazione el Salvanèl
roveretano del 2005 con i Kabouters
amsterdamesi del ’69: «Van Duijn, uno dei teorici del Provotariato, dopo lo
scioglimento del movimento, si è ritirato su un’isola remota dei Paesi Bassi,
in una fattoria di coltivazioni biodinamiche. Qui ha ascoltato rapito i racconti
di un contadino che non usa le macchine a motore per i lavori agricoli, non
volendo spaventare gli gnomi, senza il cui aiuto i prodotti della terra non
crescono bene. La cosa colpisce la fertile fantasia di Van Duijn, che vede nello
gnomo il simbolo perfetto con cui sostituire la bicicletta bianca dei Provos.
[…]
Perché
gli gnomi? Perché sono creature attive, inafferrabili, dotate di poteri magici,
maliziose e amiche della natura e degli animali. Secondo Paracelso, gli gnomi
sorvegliano i tesori della terra, “affinché non vengano trovati tutti lo
stesso giorno, siano distribuiti a poco a poco, non a qualche persona solamente,
ma a tutte”. (Una spiccata attenzione ecologista ed egualitaria, quella che
qui dimostra il buon Filippo Teofrasto Bombasto. E non a caso. Infatti Paracelso,
oltre a socializzare liberamente i suoi saperi come “medico dei poveri” e a
battersi per tutta la vita contro la iatrocrazia accademica e ignorantissima, fu
un “fiancheggiatore” dei movimenti rivoluzionari del “pover’uomo
comune” che scossero l’Europa centrale nel primo ventennio del Cinquecento
passando poi alla storia col nome di Guerra dei contadini.)
Gli
gnomi hanno inoltre la capacità di spostarsi attraverso la terra senza
impedimenti, come fanno i pesci nell’acqua e gli uccelli nel cielo. Grandi
riciclatori (una loro attività classica è quella di risuolare le scarpe) e
molto generosi (chi è che fabbrica i giocattoli per Babbo Natale?), gli gnomi
sono i guardiani della Pentola dell’Oro (una conoscenza occulta). Parlano la
lingua degli animali, gironzolano intorno alle amanite, spipazzando sereni e
facendo un check-in quotidiano alla natura. Inoltre, c’è una leggenda che ha
a che fare con loro e che riguarda proprio Amsterdam: si narra che nel 1300 in
città vivessero dei piccoli esseri che erano tenuti in condizione di schiavitù
dagli uomini. Un giorno si ribellarono e scomparirono, lasciando gli uomini nei
guai. Da allora gli abitanti del borgo di Amsterdam impararono che tutti devono
avere pari dignità di cittadini e pari diritti.
Dalla
sua esperienza nella fattoria di Loverendale, Van Duijn ricava De
boodschap van een wijze Kabouter (Il Messaggio da uno Gnomo Saggio). Questo
libro, uscito nel settembre del ’69 e destinato a conoscere un grosso successo
in Olanda, espone un progetto di riconciliazione tra natura e cultura, unica via
d’uscita da una società nevrotica, capitalista e tecnocratica. Le
preoccupazioni ecologiste abbozzate dal movimento Provo vengono riprese e
approfondite da Van Duijn, che ha trovato ispirazione nei testi del fondatore
dell’Antroposofia, Rudolf Steiner, di Domela Nieuwenhuis, di Erich Fromm e
soprattutto in quelli di Kropotkin. Quest’ultimo aveva elaborato una visione
della natura in contrasto con la filosofia capitalista e con quella marxista,
entrambe basate sul culto dell’Homo
faber, il dominatore della natura. A differenza di Marx, che vedeva nella
centralizzazione e concentrazione di grandi masse operaie nelle metropoli
un’esperienza che, per quanto traumatica, avrebbe favorito la presa di
coscienza rivoluzionaria, prima tappa verso la conquista del potere da parte del
proletariato, l’anarchico russo propugnava il decentramento e la creazione di
piccole officine collegate a orti e giardini. Egli non vedeva evoluzione e
rivoluzione come due movimenti antitetici, ma come fattori complementari. Van
Duijn, per parte sua, dichiara che la rivoluzione ecologica deve partire dalla
città e lancia una campagna per far diventare Amsterdam “Città degli
Gnomi”. Il primo passo sarà quello di trasformare la città in una grande
fattoria biodinamica, con tanto di pecore che pascolano sui tetti delle case,
per riprendere contatto con la natura. Come sempre in anticipo sui tempi, da
Amsterdam viene lanciata la parola d’ordine di smantellare le industrie nocive
e inutili e frenare la crescita economica (in precedenza, solo Amadeo Bordiga
aveva avuto il coraggio di affermare, già negli anni Cinquanta, simili
“eresie”)» (Matteo Guarnaccia, Gioco magia anarchia: Amsterdam negli anni Sessanta, Cox 18 BOOKS,
Milano, 2005).
El
Salvanèl e i Kabouters: non siamo qui di fronte a uno di quei dialoghi
sotterranei che accomunano nel movimento i vivi, i morti e i nascituri, come s’è visto nella
Libera Repubblica di Venaus? E sentite cos’altro affermavano gli Gnomi batavi:
«L’amanita della nuova società trarrà il suo nutrimento dalla linfa del
tronco che sta marcendo, finché l’avrà consumato tutto. La vecchia società
svanirà davanti ai nostri occhi, dopo che l’avremo consumata completamente.
Ovunque spunteranno le amanite della nuova società. Anelli fatati di Città
degli Gnomi si confedereranno in una rete mondiale: il Libero Stato di Orange»
(Orange come presa in giro della casa regnante olandese e dei razzisti
sudafricani).
«Senza
tregua» e «Rosso Vivo» pubblicano un numero speciale Contro
la produzione di morte (23 settembre 1976).
Nel
1977 il Collettivo Controinformazione Scienza (Brescia) pubblica Kapitale
e/o scienza. Per un dibattito di base non specialistico sul Kapitale, la
scienza, la tecnologia, la nocività e altre cose di cui sentiamo spesso parlare
da di cui non si parla quasi mai, Calusca Edizioni, Milano.
Agli
inizi del 1978 «Rosso» individua quattro settori d’intervento e dibattito:
fra questi vi è la lotta allo «Stato nucleare ed alla produzione di morte».
All’inizio
del 1978, a Milano, esce il n. 0 di AAM, come strumento di coordinamento fra le
esperienze alternative in materia di agricoltura, alimentazione, medicina.
Analoga funzione svolge «Kontatto».
«Re
nudo», Stampa Alternativa, Arcana Edizioni, «Riza psicosomatica» pubblicano
una ingente quantità di materiali su comunitarismo, modi di vita alternativi,
agricoltura biologica, riciclaggio, alimentazione, medicine «altre» ecc.
Nel
1979 iniziano ad apparire i quaderni di scienze, storia e società «Testi &
Contesti», cui collaborano scienziati e ricercatori come Angelo Baracca,
Elisabetta Donini, Anna Lorini, Stefano Ruffo ecc. La rivista, edita da Clup-Clued,
vuole approfondire quei percorsi che a partire dagli anni Sessanta avevano
progressivamente messo in luce come «non solo il potere dominante condizionava
e condiziona l’uso del prodotto ma gli stessi metodi, i criteri epistemologici
e culturali che sono alla base dei risultati della ricerca erano condizionati
dai gruppi di potere».
Lo
stesso anno le Edizioni Filorosso pubblicano La
scienza operaia contro lo Stato nucleare, un testo in cui sono raccolti una
serie di scritti apparsi su «Rosso» (n. novembre 1977; n. 22-23, gennaio 1978
e n. 29-30, maggio 1978), «Senza tregua» (n. speciale, 1978), «I Volsci» (n.
2, marzo 1978 e n. 6, ottobre 1978), «La Voce Operaia» (n. 309, marzo 1978) e
«Il rosso vince sull’esperto» (n. speciale, 1977).
Le
Edizioni Anarchismo pubblicano: L’inquinamento,
a cura di La Hormiga (1977); Vroutsch, La
radioattività e i suoi nemici (1979); Michèle Duval, Grandezza
e decadenza dei seguaci dell’amianto (1979) e Pierleone Porcu, Contro
la tecnologia nucleare, dal dissenso alla lotta insurrezionale (1986).
La
Salamandra, Antistato-Elèuthera e Agalev traducono Murray Bookchin, esponente
di punta dell’«ecologia sociale». Inoltre Elèuthera pubblica, sia in forma
di libro sia sulla rivista «Volontà», numerosi contributi su genere/scienza,
bioregionalismo, città sostenibile, progettazione naturale ecc.
Il
Centro di Documentazione di Pistoia, oltre a dare conto puntualmente da più di
trent’anni, tramite il suo bollettino, delle produzioni culturali e critiche
del movimento, nella collana «Altrascienza», pubblica una serie di testi su
armi chimiche, nucleare, pesticidi, ambientalismo, imballaggi, agricoltura
educata / agricoltura avvelenata, rischio alluvioni e difesa dei fiumi, effetto
serra ecc.
Nella
seconda metà degli anni Ottanta, in modo tra loro indipendente, «Anarchismo»,
l’Accademia dei Testardi e La Fiaccola fanno conoscere in Italia
l’elaborazione dell’«Encyclopédie des Nuisances» (Enciclopedia delle
nocività), una dozzina d’anni prima che Bollati Boringhieri la «scoprisse»
(come avrebbe poi «scoperto» la rivista «Tiqqun»).
Parafrasando
Shakespeare l’«Encyclopédie des Nuisances» così riassumeva i proprî
intenti: «Vi sono certo più nocività sulla terra e nel cielo di quante ne
potrà mai recensire un’enciclopedia. Ma si può cominciare da una qualsiasi
di esse, se si prosegue consequenzialmente, per fare apparire contemporaneamente
la loro unità, che non è detta da nessuno, e l’aspetto particolare che si può
combattere». «Dopo più di due secoli, e nonostante essa pretenda, nella sua
modestia, di essere ancora ben lontana dall’aver dispensato tutti i suoi benefìci,
è evidentemente giunto il momento di giudicare dai fatti la produzione
mercantile: ha in effetti trasformato il mondo abbastanza perché si possa
valutare che cosa ci ha portato, e non ancora abbastanza perché non ci si possa
più ricordare di che cosa ci ha privato. […] La nostra aspirazione è
mostrare concretamente come la società di classe contenga
(nasconda e rimuova) la possibilità del suo superamento, e come la sua lotta
contro questa minaccia la porti ai peggiori eccessi in fatto di nocività; […]
mostrare come ciascuna delle specializzazioni professionali che compongono
l’attività sociale consentita arrechi il suo contributo alla degradazione
generale delle condizioni di esistenza; […] mostrare la produzione delle
nocività nel suo insieme come sviluppo autoritario la cui arbitrarietà è
l’immagine capovolta e da incubo della libertà possibile nella nostra epoca.
Contemporaneamente, si tratta d’indicare, là dove sono individuabili, le vie
di superamento della presente paralisi storica, che le classi proprietarie
sognano di rendere irreversibile riempiendola di protesi».
All’inizio
degli anni Novanta vanno ricordate almeno queste esperienze:
–
«Ludd 2000. Le mille ragioni della distruzione», Quadrimestrale di analisi e
documentazione sulle nuove tecniche del potere post industriale (supplemento ad
«Anarchismo»);
–
il libro La mal’aria. Aids e società
capitalista neomoderna, a cura del Gruppo T4/T8, Calusca City Lights,
Milano, 1992;
–
la proposta editoriale di Quattrocentoquindici (1992): da Il
tempo dell’Aids di Michel Bounan a Medicina
maledetta e assassina ai titoli successivi (Il
nemico è l’uomo, di Bertrand Louart: «Marx dice che le rivoluzioni sono
la locomotiva della storia universale. Ma forse le cose stanno in modo del tutto
del tutto diverso. Forse le rivoluzioni sono il ricorso al freno d'emergenza da
parte del genere umano in viaggio su questo treno»; Free Internet: una bella trovata; OGM: Ordine Genetico Mondiale, di Christian Fons ecc.);
–
All’attacco della civiltà tecnologica,
a cura degli Amici di Ned Ludd, Gratis, Firenze, 1993;
–
la traduzione, nel 1993, presso Nautilus, di Treni
ad alta nocività. Perché il Treno ad Alta Velocità è un danno individuale ed
un flagello collettivo, pubblicato in Francia due anni prima dall’Alleanza
per l’Opposizione a Tutte le Nocività;
–
infine, una serie di esperienze legate al movimento della «Pantera» e ai suoi
lasciti, soprattutto a Roma: Assalti Teorici, Avanzi
di scienza. Scuola, università, tecnologia e capitale, Calusca Edizioni,
Padova, 1994; Biotecnologie. Le frontiere
nello sfruttamento della natura, a cura del Collettivo di Fisica e
Filosofia, Roma, Università degli Studi «La Sapienza», s.d. [ma 1997];
L.A.S.E.R., Scienza Spa. Scienziati,
tecnici e conflitti, DeriveApprodi, Roma, 2002.
Sulle
esperienze attuali e/o del più recente passato – dall’edizione autoprodotta
delle Osservazioni sulla agricoltura
geneticamente modificata e la degradazione delle specie alla trad. it. di «Los
Amigos de Ludd», Bollettino d’informazione anti-industriale, dalle «Crestomazie
acratiche» all’attività del Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi
di Lavoro e nel Territorio (Operai, carne
da macello. La lotta contro l’amianto a Sesto S. Giovanni), da Scanzano al
No Tav – è qui superfluo dilungarsi: ne sapete più voi dello scrivente.
3.
Due contributi teorici: Bordiga e Cesarano
Amadeo
Bordiga
Gli
argomenti trattati da Bordiga su fogli come «Il programma comunista» o «Battaglia
comunista» erano affatto inattuali negli anni del secondo dopoguerra, ma sono oggi al centro
del dibattito sul futuro del Pianeta. Bordiga cercò di definire su basi
materialistiche i rapporti tra riproduzione/evoluzione della specie ed economia
produttiva; si occupò dei guasti della civiltà urbana, del peso della
sovrappopolazione sulla crosta terrestre, dell’innaturalità delle catastrofi cosiddette «naturali» (testi
successivamente raccolti in Drammi gialli
e sinistri della moderna decadenza sociale. 1951-1953); parlò di
agricoltura (Mai la merce sfamerà
l’uomo) e ambiente; soprattutto intraprese, in anticipo di lustri, la
sistematica demolizione del mito della «produttività», cui contrappose la
diminuzione del tempo di lavoro. (Su questi temi si veda l’introduzione
redazionale a Murdering the Dead. Amadeo Bordiga on Capitalism and Other Disasters,
Antagonism Press, London, 2001.)
Tre
brani valgano per tutti:
a)
«La Tecnica […] pretende di essere
un valore assoluto, al di fuori di
ogni «partita doppia» […]. Ebbene, mai il ciarlatanismo, il corbellamento
del proprio simile, il gabellamento più sfrontato delle menzogne, hanno attinto
così alto livello, come in questa epoca in cui siamo “scientificamente”
governati giusta i canoni della “tecnica”. […] Non vi è potente
fregnaccia che la tecnica moderna non sia lì pronta ad avallare, e rivestire di
plastiche verginali, quando ciò risponde alla pressione irresistibile del
capitale e ai suoi sinistri appetiti» (Politica
e «costruzione», 1952).
Bordiga
scrisse queste parole nell’epoca d’oro della Big
Science, quando la ricerca scientifica aveva assunto dimensioni e forme
industriali, con megaprogetti – in
primis il Progetto Manhattan per la costruzione della prima bomba atomica,
comprendente «un complesso di laboratori grande quanto l’intera industria
automobilistica degli Stati Uniti» (Bertrand Goldschmidt, cit. in Richard
Rhodes, L’invenzione della bomba atomica,
trad. it. Rizzoli, Milano, 2005) –, pianificazione di lungo periodo, forte
sostegno da parte degli Stati nazionali (nascita nel secondo dopoguerra dei
primi enti governativi per la ricerca, come la Commissione per l’Energia
Atomica statunitense) e sinergie fra industrie, università e fondazioni private
(come la Ford e la Rockefeller). Come non pensare che il ciarlatanismo e la
fregnaccia attingano vertici inauditi, ora che, dopo le crisi e le
ristrutturazioni degli anni Ottanta e Novanta, «il mondo della ricerca deve
rivolgersi a istituzioni di credito, banche, organizzazioni internazionali che
trasformano la scoperta scientifica in un’operazione finanziaria e
imprenditoriale» (L.A.S.E.R., Scienza Spa, cit.), ora che i titoli tecnologici girano
vorticosamente in Borsa, nei circuiti del fittizio per antonomasia, là dove «il
denaro passa velocemente di mano in mano, prima di scomparire non si sa dove»?
(Battuta che circolava a Wall Street, quand’era ancora lecito fare dell’ironia.)
b)
In un testo del 1958 Bordiga sfotte la «soggezione reverenziale per i
“valori” capitalistici di libertà, civiltà, tecnica, scienza, potenza
produttiva – termini tutti che noi, con Marx originario e uscito dal getto
incandescente della fornace rivoluzionaria, non vogliamo ereditare, ma spazzare
via con odio e disprezzo inesausti» (Le
lotte di classi e di Stati nel mondo dei popoli non bianchi storico campo vitale
per la critica rivoluzionaria marxista).
c)
E in Proprietà e capitale,
distruggendo il concetto di proprietà (anche di sé e del proprio corpo: «pura
scempiaggine») e con ciò «tutta la ideologia borghese di potere e di sovranità
giuridico-politica propria dei democratici», Bordiga cita Marx: «Dal punto di
vista di una più elevata formazione economica della società, la proprietà
privata del globo terrestre da parte di singoli individui apparirà così
assurda come la proprietà privata di un uomo da parte di un altro uomo. Anche
un’intera società, una nazione, e anche tutte le società di una stessa epoca
prese complessivamente, non sono proprietarie della terra. Sono soltanto i suoi
possessori, i suoi usufruttuari e hanno il dovere di tramandarla, migliorata,
come boni patres familias, alle
generazioni successive» (Il Capitale,
III, p. 887).
Giorgio
Cesarano
Nei
primi anni Settanta, la consapevolezza che la catastrofe del capitale minaccia
realmente la sopravvivenza dell’umanità e del Pianeta e la scommessa
(all’insegna della parola d’ordine la vita contro la morte) sulla vitalità della specie che ha dato
buona prova di sé nel ciclo di lotte allora appena conclusosi, sono tratti che
accomunano le posizioni, pur diversificate, di tutta la corrente radicale (La
véritable scission dell’I.S., Camatte, Cesarano). In particolare è di
quest’ultimo che si vuole qui parlare.
Il
1973 è l’anno dello «shock petrolifero», delle domeniche senz’auto,
dell’austerità, dell’affacciarsi di prospettive di «crescita zero».
Giorgio Cesarano pubblica Apocalisse e
rivoluzione: i tempi delle contraddizioni capitalistiche si stanno facendo
stretti, ed è necessario che la dialettica rivoluzionaria incalzi il processo
catastrofico in cui il capitale si scontra con i limiti termodinamici della
biosfera. La nuova giovinezza che il capitale si è accordata dopo la Seconda
Guerra mondiale è stata possibile solo sulla base di una negazione sistematica
delle necessità ecologiche; gli squilibri sono ormai tali e tanti che anche i
difensori del sistema avvertono la necessità di introdurre dei correttivi e
giocano la carta dell’«autocritica».
Secondo
Cesarano tutte le contraddizioni si assommano per disegnare la prospettiva dello
scontro ultimativo che oppone la specie umana al capitale, giunto a colonizzare
non solo l’estensione fisica del Pianeta ma la stessa interiorità dei suoi
schiavi. La corporeità vivente è chiamata a insorgere contro il pericolo di
annichilamento cui la espone la potenza autonomizzatasi e indementita del
capitale e a superare i limiti di tutte le rivoluzioni «storiche».
In
Apocalisse e rivoluzione sono
delineati «i termini essenziali di una critica della “politica” che mentre
individuava nella “politica” le strutture reificate dell’ideologia,
introduceva a un ampliamento dell’ottica radicale diretto ad aprire il campo
della critica a una dimensione totale
dello scontro in atto, definito come il processo della rivoluzione
“biologica”. Si trattava […] di uno scritto d’occasione, sollecitato dal
“Rapporto del M.I.T.” (I limiti dello
sviluppo, Mondadori), in cui le scienze più “nuove” del capitale
anticipavano mistificatoriamente la partitura di quella crisi energetica che
poco più tardi avrebbe occupato la “scena della storia”».
E
l’anno dopo (1974) nel Manuale di sopravvivenza Cesarano scrive: «È tempo di vedere il
movimento reale come il concreto avanzare della specie, e dell’individuo,
verso l’affermazione dell’essere, al di là di ogni coazione a distruggersi.
È tempo soprattutto di conoscere nella propria presenza la presenza materiale e
“storica” del possibile. La
rivoluzione parte dal corpo: dalla corporeità del desiderio che si conosce
come materialmente possibile».
Questa
prospettiva approda a una Critica dell’utopia capitale, inconclusa a causa del suicidio
dell’Autore, avvenuto nel luglio 1975. In questo ponderoso testo Cesarano
sviluppa l’analisi del dominio del capitale nella fabbrica della persona, attraverso la mortificazione e lo
sfruttamento del corpo organico,
l’alienazione linguistica, l’introiezione delle regole valoristiche e
scambiste, la conformazione di tutti i livelli dell’esperienza agli imperativi
del lavoro, del consumo, della rappresentazione, fino al punto che le donne e
gli uomini vivi incarnano
l’astrazione morta
dell’essere-capitale e colgono il reale e il loro stesso esserci solo
attraverso quest’astrazione: siamo al tentativo finale del capitale di
realizzare l’antropomorfosi e al dispiegamento della sua mortifera essenza.
Per
contro si ha il processo dialettico di costituzione della Gemeinwesen
(comunità, essere comune dell’uomo), accesso degli uomini all’autogenesi
creativa, inveramento delle loro potenzialità come esseri viventi e
sociali, infine armonizzati nell’universo naturante. «Mentre tutto
l’esistente non è che un deserto dominato dal capitale, la passione
“muta” dei corpi si appresta a esplodere, affermandosi come “totalità
naturante”, battendo in breccia i progetti cibernetici o di clonazione – che
chiuderebbero per sempre la partita –, e rivelandone il carattere utopistico»
(Francesco «Kuki» Santini, Apocalisse e sopravvivenza).
Ma
invece dell’autogenesi creativa
abbiamo avuto l’autodistruzione delle soggettività rivoluzionarie, il
riflusso, la sconfitta, il pentimento di molti e un imperio del capitale che non
esita a propagandare e a materiare le ideologie più reazionarie e decrepite.
4.
Conclusione
Quando
un grave pericolo è alle porte le vie di mezzo portano alla morte, recita un
proverbio tedesco. Occorre praticare il «punto di vista della totalità»,
operare un «rovesciamento di prospettiva» tanto teorico che pratico. Ogni
prospettiva e ogni lotta che non coinvolga la società nella sua totalità,
restando parcellizzata e settoriale, finisce per essere recuperata dallo Stato
delle Cose e inserita nella combinatoria del capitale.
La
«iatrogenesi dell’in-salute», la Mucca Pazza e il pollo alla diossina,
Seveso e Bophal, l’inquinamento elettromagnetico e la miriade di nocività
vecchie e nuove, i 1200 morti sul lavoro all’anno, la Rivoluzione verde degli
anni Cinquanta e l’odierna «pirateria dei semi», Chernobyl, Tokaimura e Los
Alamos, lo «spettro della clonazione umana e l’ombra di Frankenstein», le
guerre («etniche» o «umanitarie», di «bassa intensità» o High-tech: tutte
le guerre, esclusa La Guerra Sociale), la rottura accelerata degli equilibri
climatici e il saccheggio delle risorse naturali, lo sprofondare di aree sempre
più vaste del Pianeta in crisi annichilenti sono altrettanti capitoli del Romanzo
del Diavolo in corpo: l’insaziabile fame di plusvalore del capitale e le
sue mastodontiche contraddizioni.
E
allora? «Mirabile coincidenza: per salvare quel poco di esistenza umana che la
cancrena della produzione mercantile non ha ancora disastrosamente conquistato
[…] serve una rivoluzione sociale; perché la rivoluzione sociale resti
possibile, occorre difendere ciò a partire dal quale una vita libera dovrà
essere costruita, e da dove solo si può ancora concepirla, e giudicare tutto il
resto» («Encyclopédie des Nuisances»).