[Testi tratti dai numeri 0 ( giugno 1999) e 1 (ottobre 1999) del periodico anarchico di Trieste "l'arrembaggio"]
è
sempre guerra
È tornata la guerra e — saremo considerati
estremamente cinici per questo — non ce ne stupiamo affatto. Non ce ne
stupiamo perché sappiamo benissimo a cosa mirano gli Stati: dominare,
controllare, sfruttare territori e persone. E per raggiungere questi obbiettivi
ogni strumento è buono, massacri compresi. Chi comanda non si fa impressionare
dal fatto che a crepare per le sue scelte e per i suoi interessi sia la gente
comune.
In
questo momento l’opposizione alla guerra si fa sentire in vari modi, tutti,
comunque, sintomo di un profondo disgusto per i massacri voluti dai potenti di
turno. Ma oltre alle fiaccolate e alle tende per la pace ci sono stati episodi
degni di nota. Varie strutture e edifici del potere — municipi, sedi di
partito, negozi di catene multinazionali — sono stati bersagliati, alla fine
di alcune manifestazioni, dai più svariati oggetti (verdura, vernice, uova,
sassi, etc.) e di meno svariati ma comunque efficaci liquidi infiammabili
durante le tiepide notti primaverili.
Sono
più o meno cinquanta le azioni, a quanto ci dice la stampa, che hanno
riscaldato il clima italico da quando è iniziata la guerra. Non sappiamo con
esattezza il numero, che è alquanto relativo. Non ci interessa neanche fare
differenze tra azioni notturne e contestazioni, più o meno forti, diurne. Tutti
i fatti di questo ultimo mese si inseriscono, secondo noi, in un unico quadro:
non certamente quello dell’allarme
terrorismo ma in un contesto molto più ampio di mobilitazione contro i
diretti responsabili della guerra.
Quello che hanno ottenuto le BR facendo fuori
D’Antona è stato il ridurre il conflitto sociale, anche se minimo comunque reale,
ad uno scontro fittizio, a mero spettacolo.
A
nostro avviso la scelta totalizzante della lotta armata come dimensione
specialistica e separata riduce la complessità dello scontro sociale ad una
faida tra bande, restando comunque su di un terreno che lo Stato riesce poi
sempre a gestire con profitto. Indipendentemente dalle intenzioni e
dall’ardore rivoluzionario dei singoli individui, noi cogliamo in questo tipo
di lotta armata i germi del recupero. Non solo e non tanto nel senso della
cannibalizzazione poliziesca, ma nella riduzione, lo ripetiamo, assolutamente
funzionale al potere della rivoluzione ad una mera questione militare.
A
ciò noi opponiamo quella che consideriamo vera
lotta, lotta che attraversa la totalità e non si lascia ridurre al solo
confronto armato. L’uso delle armi, molto spesso, è una prosecuzione della
politica con altri metodi.
Ci sembra chiara l’intenzione degli organi di informazione, da una parte, di ridurre le azioni di questi ultimi mesi ad un piano militare, affibbiandone la responsabilità a pochi specialisti dello scontro; degli organi repressivi dello Stato, dall’altra, di eliminare quelle realtà più attive nelle mobilitazioni contro la guerra.
Da quanto siamo riusciti a cogliere ci pare, invece,
data la diffusione sul territorio e la scarsità di rivendicazioni da parte di
organizzazioni specifiche, di essere di fronte ad un fenomeno interessante di
rivolta in ordine sparso che nulla ha che vedere con lo specialismo
lottarmatista di alcuni. È proprio nell’anonimato che ogni calcolo politico
scompare per lasciar posto alle mille tensioni e vibrazioni individuali, e alla
loro possibilità di incontrarsi, unirsi, abbandonandovisi. A chi non ha merci
da vendere nulla servono le insegne luminose.
Ciò che più ci preme in questo momento è contribuire alla lotta contro la guerra in corso e contro la pace di tutti i giorni. Quella pace fatta di imposizioni e soprusi che prepara le guerre. Eliminare dalla faccia della terra padroni e politici, ecco ciò che realmente conta: eliminarli per riprenderci il nostro tempo, con una lotta che ci cambi la vita, che distrugga un mondo vecchio, noioso, insensato e intollerabile. Che sia una lotta fatta di occupazioni e di parole, di amore e di saccheggi, di pugnali e di passione, di scioperi selvaggi e di vita: che sia una guerra sociale.
|
scintille
alla ricerca di polveriere MARZO 1999 26, Roma: Manifestazione termina in scontri con la polizia davanti la sede Onu di piazza San Marco, i manifestanti tentavano di assaltare la sede dei Ds. Contemporaneamente, in un’altra zona, sono state distrutte le vetrine di Planet Hollywood ed un’auto della polizia. 27, Roma: Molotov contro una sezione Ds. APRILE
|
Operazioni
bancarie relative a esportazioni di armi dall’Italia (in miliardi di lire)
|
|
1995 |
1996 |
1997 |
Totale |
|
Banca
Commerciale Italiana |
266.2 |
794.5 |
559.6 |
1620.4 |
|
Istituto
San Paolo di Torino |
107.2 |
440.1 |
316.1 |
863.4 |
|
Credito
Italiano |
114.5 |
100.3 |
189.4 |
404.3 |
|
BNL |
220.5 |
92.7 |
62.3 |
375.5 |
|
Monte
dei Paschi di Siena |
5.5 |
34.6 |
190.0 |
230.1 |
|
Barclays
Bank Plc |
— |
— |
224.5 |
224.5 |
|
Banca
di Roma |
23.5 |
74.0 |
126.3 |
223.9 |
|
Banca
Nazionale dell’Agricoltura |
202.6 |
20.5 |
— |
223.2 |
|
Cariplo |
10.5 |
28.1 |
10.7 |
49.4 |
|
Cassa
di Risparmio di La Spezia |
2.7 |
0.5 |
35.9 |
39.2 |
|
Banca
Popolare di |
10.9 |
8.0 |
0.9 |
19.9 |
|
Credito
Emiliano |
— |
19.0 |
— |
19.0 |
|
Banca
Popolare di Novara |
— |
13.0 |
0.6 |
13.5 |
|
Arab
Banking Corporation |
11.7 |
— |
— |
11.7 |
|
Banca
Popolare di Lodi |
7.1 |
— |
2.5 |
9.7 |
|
Banca
Popolare di Brescia |
— |
4.9 |
— |
4.9 |
|
Cassa
di Risparmio di Torino |
4.4 |
— |
— |
4.4 |
|
Cassa
di Risparmio di Firenze |
— |
3.8 |
— |
3.8 |
|
Banco
di Chiavari e della Riviera Ligure |
— |
1.0 |
2.6 |
3.6 |
L’idea di entrare nella base USAF di Aviano e di bloccare la partenza degli aerei ci piace, ma alla manifestazione del 6 giugno non ci saremo.
Non ci saremo perché Aviano viene considerato il luogo simbolo della guerra e a forza di indicare luoghi simbolo si tende a deresponsabilizzare tutte quelle organizzazioni, quelle persone e quelle strutture invischiate nella guerra. Strutture diffuse ovunque e su cui non si punta mai l’indice.
Non ci saremo, quindi, anche perché se la manifestazione riuscisse come vorrebbero gli organizzatori, se venisse cioè bloccata la partenza degli aerei grazie all’occupazione temporanea delle piste, lo considereremmo comunque non una vittoria ma un passo indietro rispetto ad una reale autorganizzazione della lotta in corso.
Ci teniamo a sottolineare che il nostro non è un rifiuto ideologico ma una scelta lucida anche perché, oltre ai motivi sopra esposti sappiamo fin troppo bene come si muovono le tute bianche e i dirigenti del Melting dei Centri sociali del Nordest: l’esperienza del 24 ottobre a Trieste dello scorso anno ne è un esempio. In quel caso la pantomima aveva per oggetto il centro-lager per immigrati del porto vecchio. A differenza di quanto dettoci in precedenza — voler entrare nella struttura e liberare gli immigrati rinchiusi — le tute bianche si sono prese gioco di chi ha partecipato a quella iniziativa sapendo di questa intenzione. La polizia in quell’occasione ha caricato in seguito al tentativo da parte delle tute bianche di sfondare il cordone degli sbirri. Senza nessun pudore è stato fatto circolare poi su internet un comunicato in cui dichiaravano di averlo fatto apposta, a mo’ di pubblicità: è evidente che il Melting non propone, quindi, una reale liberazione ma è una struttura partitica inserita nello squallore dello spettacolo e della politica. Poco importa se giocano a fare i duri con caschi e scudi, non è questo che li fa meno socialdemocratici.
Non
siamo interessati alla carriera politica di questi figuri, tantomeno siamo
intenzionati ad aiutarli nella loro affannosa ricerca di qualche spazio
istituzionale. Per cui i nostri rapporti con loro possono limitarsi
esclusivamente nello spazio che ci consente la considerazione di quello che
sono: arrivisti che fanno i loro sporchi giochi sulla pelle di altri individui.
Trieste, 28 maggio 1999
|
Della
complicata questione dei Balcani si parla molto. Ogni giorno pagine e
pagine di quotidiani si riempiono di cronache, resoconti giornalistici,
opinioni. Tuttavia non dicono nulla, non vogliono dire nulla. Qui noi non
vogliamo unirci allo spettacolo delle parole dicendo la nostra sulla
guerra in corso. Di fronte all’atroce massacro in atto la nostra
volontà è un’altra: attaccare i responsabili. Siamo
ben coscienti che per fare questo è necessario avere degli adeguati
strumenti di analisi, ma le assemblee e i dibattiti possono diventare
paraventi ideologici per mettersi a posto con la coscienza. L’analisi
teorica, invece, ha un senso solo se finalizzata all’azione, a colpire
con maggiore determinazione e lucidità il nemico di classe. Le
grandi adunate attorno alle
cattedrali del dominio, i presidi caratterizzati da un puro
dissenso verbale, le occupazioni simboliche sono manifestazioni che
diventano parodia, parole al vento tollerate e accettate dal baraccone
democratico delle opinioni. A
meno che non si intenda schierarsi dalla parte dei potenti non ci sono
molte alternative per chi vuole opporsi ai progetti economici e politici
internazionali: colpire chi il massacro lo vuole e lo sostiene. Solo
chi non vuole vedere non si accorge che ovunque — in ogni città,
in ogni paese — ci sono strutture e persone responsabili della guerra in
corso. |