Adesso - Foglio di critica sociale -
Rovereto, 26
settembre 2006 – numero 24
DUE O TRE COSE
CONTRO LA GUERRA
Questo numero di Adesso esce per cercare di rompere, sia pure con un sibilo senza eco, il silenzio assordante che sta accompagnando l'intervento dell'esercito italiano in Libano. Un silenzio semplicemente vergognoso, se pensiamo a quanti si dichiaravano, non più di tre anni fa, contro la guerra senza se e senza ma. Cambiano i colori del governo, e la guerra – in perfetto stile orwelliano – diventa pace. Cambiano i colori del governo, e la pretesa "discontinuità" con la politica estera di Berlusconi è presto detta: rifinanziamento della missione in Afghanistan, conferma della presenza in Iraq, invio dei soldati in Libano.
Non saremo di certo noi a sorprenderci. Sappiamo
benissimo che la guerra è ormai al centro
dei progetti statali e capitalisti; sappiamo benissimo che non si può
essere contemporaneamente pacifisti e presidenti della Camera; sappiamo
benissimo, infine, di quali abietti voltafaccia sia costellata la sinistra
storia dei partiti. E i pifferai della "società civile" e della
"democrazia partecipativa"? Anche qui, nessuna sorpresa. Abbiamo già
visto in passato i contorsionismi del Manifesto
("con una stretta al cuore, ma diciamo sì
alla missione Unifil"), il prezzo della collaborazione istituzionale
("io ti lascio il centro sociale, ma tu stai zitto sul Libano"),
l'ipocrisia del pacifismo di sua Maestà ("Forza Onu" diceva l'immondo
striscione di apertura della manifestazione Perugia-Assisi), l'anima politica
dei sacerdoti della nonviolenza (i Zanotelli, sempre pronti a condannare la
violenza dei manifestanti, d'un tratto invitano a riflettere sulla forza
pacificatrice degli eserciti…).
Ma gli altri? Quelli sinceramente contrari alla
guerra, quelli per cui nonviolenza non significa difesa del neocolonialismo,
quelli che dichiarano di ispirarsi ai "princìpi" e non alle
convenienze politiche, dove sono? Sarà il caso di riflettere su questa assenza.
Le cose da dire sono così tante, e lo spazio di
questo foglio così striminzito, che ci limiteremo – chissà, forse in questo
modo soltanto si può dire ormai l'orrore di un mondo sulla soglia dell'abisso
– a qualche pensiero sparso.
In un presente costellato di funesti presagi di
scontro nucleare, siamo andati a cercare alcuni spunti negli scritti di Günther
Anders, uno dei pochi intellettuali del Novecento ad aver còlto il problema
centrale della nostra epoca: lo scarto fra la nostra attività sociale e la
nostra capacità di prevederne e comprenderne le conseguenze. Dall'orrore di
Auschwitz a quello di Hiroshima, dalla distruzione della sensibilità ad opera
dei mass media alla natura assassina della produzione industriale di massa, i
suoi libri (L'uomo è antiquato, Essere
o non essere, La coscienza al bando,
Hiroshima è dappertutto, L'uomo
senza mondo, eccetera) sono la testimonianza lucida e testarda di chi non
vuole soccombere alla "pigrizia della catastrofe".
In qualche breve nota ai brani andersiani cercheremo
di raccogliere quelle due o tre cose che vorremmo dire con urgenza ai nemici
della guerra.
LO SCIOPERO
Ecco dunque a che punto sono arrivate le potenze che
decidono del nostro destino. Il che è già di per sé abbastanza terrificante.
Ma a che punto siamo noi? Noi, i milioni di morituri – noi che domani o
dopodomani potremmo diventare le vittime – siamo forse migliori di quelle
potenze e degli uomini che le dirigono?
Non direi. Cosa intendo? Che noi – abituati come
siamo a eseguire i nostri lavori nelle fabbriche, nei laboratori, nelle officine
e negli uffici – abbiamo disimparato a interessarci dell'effetto
finale delle cose di cui siamo col-laboratori e co-autori.
Ora voi obietterete che né voi né io abbiamo la
disgrazia personale di essere occupati in fabbriche in cui vengono prodotte
testate nucleari o simili mezzi di distruzione. Giusto. Ma questo è un merito?
O non piuttosto un caso? Un caso che non garantisce nulla? Infatti, non conta
dove e a cosa col-laboriamo: la mentalità lavorativa con cui lo facciamo è così
disinteressata all'effetto finale da noi con-causato, che senz'altro noi
col-laboreremmo anche alla produzione di apparecchi di distruzione. E ci sono
anche centinaia di migliaia di nostri simili che lo fanno per davvero, privi di
riflessione e di scrupoli come se si trattasse di produrre lamette da barba o
pneumatici d'auto; centinaia di migliaia che non si immaginano neppure
minimamente quello che fanno; e che, talvolta, si lasciano persino persuadere
che prestano questo loro contributo nell'interesse del "mondo libero",
o addirittura della libertà del mondo. E questo non mi sembra davvero molto
onorevole! Se ricordo con quanto coraggio i nostri nonni socialisti cercavano di
fare un'analisi delle illibertà che rovinavano la loro esistenza e di
combatterne le radici, mi sembra addirittura che avremmo tutti i motivi per
vergognarci di questi nostri nonni. Nulla è più falso che sostenere che per
noi, gente d'oggi, non esistono più compiti di resistenza analoghi a quelli;
no, questa è una vera e propria scappatoia, la scappatoia di chi non prende più
neppure in considerazione la possibilità di criticare qualcosa, se questa cosa
si chiama "lavoro" e viene retribuita come "lavoro"; di chi
trova, al contrario, naturale farsi complice di tutto quello che si chiama
"lavoro" ed è retribuito come tale. Noi non avremmo più alcun
compito di resistenza? Vero è il contrario. I nostri compiti sono più grandi e
urgenti di quanti non siano stati quelli dei nostri nonni. Cosa intendo?
Che noi non siamo solo esclusi dalla proprietà dei
nostri mezzi di produzione – come
ritenevano i nostri nonni – ma anche della proprietà dei nostri obiettivi
di produzione; perché noi, come lavoratori, siamo spesso ugualmente
derubati della libertà di co-gestire le finalità dei prodotti della cui
produzione siamo partecipi – motivazioni, scelte e uso; addirittura, spesso,
derubati della libertà di sapere o anche solo di voler sapere qualcosa di
questa condizione. E se questa non è privazione di libertà, allora io non so
quale contenuto dare a questa parola. Certo, cent'anni fa, il problema era lo
stesso: anche i nostri nonni non avevano potuto co-gestire quanto essi avevano
co-prodotto. Ma tale privazione di libertà non era decisiva, e ciò perché il
numero dei prodotti la cui utilità e validità veniva posta in dubbio era molto
piccolo in confronto a oggi. Oggi, al contrario, vale il fatto che la
fabbricazione di prodotti ostili all'uomo è il perno di molte economie
nazionali. E' uno scandalo che noi lavoratori non reagiamo a questo scandalo,
che esso ci resti indifferente. E' uno scandalo non solo perché con questa
indifferenza noi rinunciamo alla nostra stessa libertà, ma anche perché con
essa mettiamo in gioco la sopravvivenza dell'umanità.
Ascoltate il caso che segue, un caso estremo: in una
fabbrica A erano stati prodotti alcuni pezzi di missili atomici. Un giorno
risultò che i modelli di questi pezzi erano invecchiati; che era divenuto
superfluo produrne altri. Nel frattempo le armi atomiche si erano
"migliorate"; e la produzione dei pezzi necessari per i nuovi modelli
venne ordinata a un altro industriale B, più adatto allo scopo. Come reagirono
le maestranze di A? Respirarono forse di sollievo? Furono felici per la
prospettiva d'essere liberate dalla loro col-laborazione alla fine universale?
Nulla di tutto ciò. Al contrario esse entrarono in
sciopero perché temevano che la ristrutturazione della loro impresa potesse
modificare anche i loro guadagni. Sia ben chiaro: sciopero
perché la chance di non avere più il permesso di contribuire alla morte
universale minacciava la loro scomparsa. Come giudicherebbero un tale motivo
di sciopero quegli uomini che, nel secolo scorso, avevano fatto dello sciopero
un'arma tattica per la propria liberazione?
Noi nipoti crediamo di aver conquistato con il
motorino e gli apparecchi della televisione anche la nostra libertà, e
addirittura una libertà molto più ampia di quella che avevano sperato e
preteso i nostri nonni. Ma il fatto stesso che noi crediamo una cosa come
questa, che ci siamo lasciati persuadere da una cosa come questa, è di per sé
la prova che abbiamo rinunciato alla nostra libertà. Infatti, veramente liberi noi siamo solo se co-gestiamo ciò che produciamo e
ciò che (grazie ai prodotti che abbiamo co-prodotto) sarà del mondo: solo se
assumiamo la responsabilità non esclusivamente per quello che facciamo o
combiniamo nella nostra sfera privata, ma se comprendiamo che anche il nostro lavorare è un "fare" e il
nostro produrre è un "combinare"; se dunque assumiamo la
responsabilità per quello che facciamo. Chi sostiene che la propria
rinuncia a co-decidere su cose come queste è solo "neutralità" si
auto-inganna; chi partecipa alla produzione degli strumenti di distruzione senza
prendere posizione prende invece posizione, ha già preso posizione, contribuendo attivamente alla distruzione. In
breve: chi non dice no produce, così
facendo, un sì.
E altrettanto logorata quanto le parole d'ordine
della libertà appare già, a noi nipoti, quell'idea che era stata così
importante per i nostri nonni: l'idea
della solidarietà internazionale. Anche in tal caso, del tutto
ingiustamente. Infatti, oggi soltanto quest'idea trova il suo vero e
attualissimo significato, dato che soltanto oggi abbiamo raggiunto il traguardo,
così meravigliosamente avanzato, che qualunque abitante della nostra terra può
essere colpito a morte da qualsiasi punto di questa stessa terra.
LA BOMBA A
OROLOGERIA
La produzione capitalistica è costretta – come
tutti ben sanno – a liberarsi dei propri prodotti. Deve avere cura ch'essi
vengano venduti e consumati: in breve, liquidati.
La liquidazione – cioè la rovina dei propri prodotti – è lo scopo di
questa produzione. Se tale scopo non viene raggiunto, se si accumula una gran
quantità di prodotti non liquidati, la continuazione della produzione, e con
essa il profitto, sono in pericolo. Per tal motivo, il compito di ogni industria
è di assicurare e di promuovere – se non addirittura di produrre – la
richiesta e la "situazione di consumo" per i propri prodotti. Ciò
vale in linea generale – dunque anche per gli apparecchi di distruzione.
Ora, qual è la "situazione di consumo" per
ciò che riguarda le armi?
La risposta è: la guerra.
Per vedere fino in fondo questa radice del pericolo,
non possiamo fare a meno di chiarirci le idee su ciò che è fondamentale nella
produzione capitalistica. Il che oggi può sembrare una cosa antiquata, ma solo
a quelli che hanno deciso di considerare il mondo capitalistico come un tabù e
di non sottoporlo più alla loro critica. In breve: a quelli che mascherano da
modernismo la loro vigliaccheria e il loro conformismo. Non vergogniamoci. Siamo
antiquati. Parliamo di capitalismo.
Per quanto assurdo sia continuare a parlare di
"progressi nella produzione delle armi" – dato che le armi esistenti
sono già di gran lunga sufficienti per annientare l'intero genere umano –
l'industria della distruzione non potrà mai ammettere una tale assurdità.
Visto che non esiste altra industria, tranne quella della distruzione, il cui
essere o non essere dipenda così totalmente dalla sopravvivenza della fede nel
progresso, io non mi meraviglierei affatto se questa fede trovasse presso di lei
il suo asilo ultimo e difeso fino all'estremo. Per esempio, in quelle fabbriche
di opinioni che le sono associate. E possiamo tranquillamente immaginare che,
giorni ancora dopo la catastrofe finale, la voce rimbombante di un altoparlante
continuerà ad annunziare al deserto ammutolito e senza futuro armi migliori,
"più grandi" e "più pulite", in breve, armi più
progredite per domani; e che questo annuncio, non più percepito da nessuno, sarà
l'epitaffio di noi tutti.
(brani tratti da Günther Anders, I
morti. Discorso sulle tre guerre mondiali, 1964)
Post-scripta
Nell'osservare la nostra assuefazione alla guerra,
l'apatia di un'umanità civilizzata che riesce a cenare in compagnia dei
massacri in mondovisione, viene proprio in mente ciò che ad Anders sembrava il
cuore del mondo moderno: la rapida disintegrazione della "fantasia
morale" degli individui. La "fantasia morale", cioè la capacità
di rappresentarci gli effetti della nostra azione sociale e di avvertirne il
peso etico. Tecnologie sempre più complesse e specializzate hanno posto fra noi
e il nostro mondo uno strato di opacità che ci tiene in balìa delle più
assurde superstizioni e della più confortevole indifferenza.
Se il pilota militare riesce a non inorridire e a non
impazzire sganciando le sue bombe su intere popolazioni (com'è successo in
Kosovo, in Afghanistan, in Iraq, in Libano…), ciò dipende certamente dalla
martellante propaganda che gli presenta quelle donne e quegli uomini come
inferiori e barbari (non c'è impresa coloniale che non trovi una sua
"giustificazione" razzista), ma anche e soprattutto dalla distanza fra
la "virtualità" del suo gesto automatico e la tragica realtà che
questo produce. Ormai, uccidere migliaia di esseri umani appare moralmente più
accettabile che ucciderne uno solo: meraviglie della tecnica.
La rappresentanza politica è un formidabile alleato
di questa gigantesca anestesia delle coscienze. Non siamo noi a decidere, noi ci
limitiamo a votare: non è di questa irresponsabilità che si nutre, in fondo,
la guerra? E' mai stato consultato il "popolo" prima di finanziare un
intervento militare?
Visto che non si ha nessuna presa reale sulle
decisioni del governo, cosa si fa? Si invoca l'ONU, strumento nei cui confronti
il cosiddetto controllo dal basso è ancora più chimerico. Per far questo,
ovviamente, si chiudono gli occhi sulla storia reale delle Nazioni Unite, una
storia di costante giustificazione
della politica assassina delle grandi potenze e delle loro pratiche di rapina.
Cosa c'è in ballo nella guerra in Libano?
Non certo la "pace": l'esercito israeliano
è stato libero nel massacrare migliaia di civili, nel distruggere le
infrastrutture di un intero paese, nel provocare più di un milione di sfollati
e persino nel bombardare una base dell'ONU. E ancora oggi, a dispetto dei
cosiddetti accordi internazionali, non ha affatto ritirato le proprie truppe.
Cos'è, allora, in gioco nella missione Unifil? La
presenza politica, economica e militare delle potenze occidentali in Medio
Oriente. Se da un lato gli Stati Uniti manovrano il governo di Israele,
dall'altro gli Stati europei vogliono ritagliarsi il loro spazio nella gestione
delle risorse energetiche. Ma non solo. Sullo sfondo delle dichiarazioni contro
il governo iraniano, dei conflitti e delle alleanze con la Siria, si scorge il
vero nemico: la Cina. Del grande paese asiatico non si temono solo i capitali in
ascesa, ma anche e forse soprattutto le potenzialità di conflitto sociale.
Pensate cosa significherebbe, per un ordine mondiale basato sul saccheggio e
sullo sviluppo ineguale, far accedere più di un miliardo di persone agli
standard di "benessere" occidentale? Ma come frenare una massa di
contadini e di operai costretti ai lavori forzati in sommossa pressoché
permanente da almeno un decennio? Sperimentando su aree più ridotte qualche
anteprima di guerra civile mondiale?
Ormai si è arrivati al punto in cui l'eventualità
di usare la bomba nucleare contro l'Iran viene discussa da eleganti presentatori
televisivi. Se non fossimo ciechi e sordi, dovremmo scorgervi i preparativi di
uno scontro planetario.
Chissà, forse nella mancanza di volontà di scendere
in piazza contro la guerra si mescola, assieme all'assuefazione mediatica, anche
un grande senso di impotenza: "come impedire tutto ciò"? Con marce
della pace che sembrano totalmente inefficaci?
Forse si tratta di compiere uno sforzo ulteriore:
capire dove concretamente si produce la guerra (nelle fabbriche di armi, nelle
basi militari, nei laboratori universitari di ricerca legati al Ministero della
Difesa o alle multinazionali dell'industria bellica…); capire chi sono i
tanti, piccoli Eichmann del Nuovo Ordine Mondiale e cercare di fermarli; capire
che l'economia stessa è ormai una gigantesca macchina da guerra, e così
disertarne i ruoli e incepparne gli ingranaggi; capire che oggi è questa la
nostra solidarietà internazionale nei
confronti delle varie pratiche di resistenza nel mondo, il nostro contributo
perché la volontà di riscatto dei dannati della Terra non venga stritolata dal
nazionalismo e dal fondamentalismo religioso.
A chi spetta il compito di trovare le forme di uno sciopero sociale di così vasta portata se non a noi – i nipoti, i superstiti, i morituri?