Adesso - Foglio di critica sociale - Rovereto, 10 luglio 2005 - Numero 21
COSI’ SI MUORE
Le terribili bombe esplose a Londra dimostrano una cosa sola: il terrore che gli Stati e i capitalisti occidentali spargono in ogni angolo del mondo sta tornando indietro. I morti di Londra – indiscriminati come i morti di tutte le guerre – hanno portato in Europa un pezzo di Baghdad, di Jenin, di Kabul. Assieme alla merce, alla tecnologia, alla miseria, si globalizza anche la paura.
Non avendo voluto o saputo dissociarsi praticamente dai propri governi esportatori di bombe e di massacri, le popolazioni si espongono a cieche e odiose rappresaglie. “La guerra è anche qui” non è più un semplice avvertimento antimilitarista. È una verità fredda come un cadavere.
“La prossima volta toccherà all’Italia” – si ripete ormai con insistenza. Può essere. E tutti sanno – per primi i vari rappresentanti dei Ministeri della Paura e della Propaganda – che è impossibile impedire simili gesti con i dispositivi polizieschi, fossero pure i più imponenti e sofisticati del mondo. Colpire a caso una popolazione è il gesto militare più imprevedibile e più facile. Facile come l’accecamento e la disperazione da cui proviene.
L’isteria sicuritaria serve solo a rafforzare il controllo sociale ai danni dei dissidenti e degli immigrati. Una società blindata non tollera alcuna critica e giustifica ogni repressione. Non a caso sono aumentate le espulsioni di stranieri privi di documenti. Non a caso sono in preparazione leggi speciali “antiterrorismo” che stritoleranno le già magre libertà individuali. La nozione di “terrorismo”, del resto, è così opportunamente generica da ricoprire ormai ogni forma di opposizione sociale. Non a caso, subito dopo le bombe londinesi, la falsificazione mediatica si è spinta fino ad ipotizzare una “matrice anarchica” dietro la strage. Eh no, servi vestiti da giornalisti, canaglie vestite da ministri, la sola violenza che gli anarchici accettano è quella contro gli oppressori. Colpire nel mucchio, massacrare gente qualsiasi è una pratica che appartiene unicamente agli Stati e ai loro concorrenti.
I morti di Londra per noi si uniscono a quelli d’Iraq, d’Afghanistan, di Palestina… Sono il prezzo che questa società basata sul profitto e sulla guerra vuole farci pagare. Sono uno spietato atto d’accusa contro la nostra indifferenza. Non ci uniremo all’ipocrisia di chi piange i morti europei mentre applaude le devastazioni in Medio Oriente. I responsabili maggiori delle bombe londinesi sono i governi occidentali, quello inglese in testa.
Quali sono, infatti, i tanto sbandierati “valori occidentale”? In nome della pace e dell’umanità sono stati sterminati – dal 1991 ad oggi – un milione e mezzo di iracheni. Il fine giustifica i mezzi: non è forse questa la morale? Dopo le bombe di Madrid, il governo spagnolo ha ritirato le truppe dall’Iraq. Il fine giustifica i mezzi. La logica è la stessa.
Che il dolore si faccia coscienza, perché è troppo tardi per le lezioni di educazione civica impartite a chi è gonfio di odio e di lutti.
Che la coscienza diventi ostinato rifiuto di continuare così. Perché così si muore.
Note a margine di un processo
Il
processo per il pugno a Pappolla è stato, nel suo piccolo, un esempio
significativo di come funziona il potere nelle sue varianti politiche,
mediatiche e giudiziarie.
Come
ormai tutti sanno, quel pugno fu trasformato dall'ex consigliere di Alleanza
Nazionale e dai giornali in un pestaggio di sette contro uno. Ci si legga L'Adige
e Il Trentino dell'8 e del 9
luglio 2003. I Zanin, i Lott, i Guarnieri sono tutti d'accordo – senza
sbavature – nel sostenere la versione di Pappolla e nel linciare pubblicamente
gli anarchici come squadristi e fascisti. Tutte le forze politiche – dai
Giovani Comunisti ad AN – esprimono la propria solidarietà al consigliere e
si stringono attorno alle istituzioni.
Grazie
alla mobilitazione costante dei compagni, invece, quel pugno fermamente difeso
assume il suo reale significato e la versione del fascista si rivela per quello
che è: una spudorata menzogna. In una piccola città come Rovereto, uno stuolo
di volantini, manifesti, presidi, iniziative, manifestazioni difficilmente si può
occultare. Ecco allora che quel preteso pestaggio ritorna ad essere un pugno, e
i partiti se ne stanno tutti rigorosamente in silenzio. Ecco che gli stessi
esponenti di AN abbandonano il loro ex camerata. Solo gli anarchici continuano a
sollevare la questione, fermi sulle loro posizioni. Durante la prima udienza del
processo, le pietose contraddizioni nella deposizione di una testimone
dell'accusa sono talmente evidenti che i giornali si inventano una sorta di 4 a
0 calcistico a favore degli anarchici. C'è chi arriva persino a dire che non si
tratta di un "processo repressivo" perché il giudice ha ascoltato
entrambe le parti. E cosa avrebbe mai potuto fare? Se i compagni non avessero
potuto fare le loro dichiarazioni o i loro avvocati intervenire, la menzogna di
una Giustizia neutrale sarebbe stata, come dire, un po' troppo plateale.
Comunque, i giornali mettono le mani avanti, anche perché la testimonianza del
medico incaricato dalla Procura rende insostenibile la tesi del pestaggio.
Qualche scribacchino particolarmente brillante, invece, si chiede se fosse il
caso di fare tanto baccano per un pugno. E anche questa è bella. Prima si crea
un clima da unità istituzionale contro la violenza, si definiscono i compagni
una "squadraccia che volantina in città", tutte le forze politiche
condannano il "pestaggio" e invocano la repressione, gruppi pacifisti
invitano i giornali a togliere la qualifica di anarchici a questi
anarchici, eccetera, e poi siamo noi ad aver ingigantito un semplice pugno. Ma
pensa. Per noi la faccenda si sarebbe conclusa quel giorno stesso se Pappolla
non fosse quella patetica carogna che è e se i giornali non fossero quegli
spacciatori di menzogne che sono.
Ad
ogni modo, dopo la prima udienza, mentre i giornalisti si fanno più cauti, i
partiti, impegnati nella campagna elettorale, continuano il silenzio.
Il
9 luglio arriva la sentenza: 1 anno e tre mesi per Massimo, un anno per Juan, in
entrambi i casi senza la sospensione condizionale della pena. Per i giornali,
ora, quel pugno è stato fatto "pagare caro". Qualche fascista plaude
la sentenza. Gli altri – cioè tutti coloro che hanno contribuito a creare
l'opportuno clima repressivo – fanno finta di niente.
La
condanna di Juan è la prova macroscopica di quanto le cosiddette prove non
abbiano alcuna importanza; la dimostrazione di come la partita si giochi sempre
fuori dalle aule di tribunale e di come il fine delle leggi sia solo quello di
difendere il presente ordine delle cose. Basta aprire gli occhi per rendersene
conto.
La
condanna di Juan è un'autentica porcata: egli non si è mai avvicinato a
Pappolla, come costui e i suoi testimoni sanno perfettamente. Quella di Massimo
era più che prevedibile: lo Stato non può certo tollerare che qualcuno
rivendichi pubblicamente – in piazza come davanti ai suoi giudici – un gesto
che va contro le sue leggi. Inoltre, i tribunali non puniscono mai un reato
astratto, bensì l'individuo che lo ha commesso, le sue idee, la sua vita. È
normale che le totali menzogne di un Pappolla diventino mezze verità per i
giudici: appartengono, i fascisti e i magistrati, allo stesso mondo di cui gli
anarchici sono nemici. È normale che un pugno sostenuto da idee pericolose sia
punito più di qualsiasi scazzottata al bar. Nessuna sorpresa. Facciamo solo
notare l'abisso etico che separa chi rivendica la propria condotta da chi fa
condannare una persona che non c'entra nulla.
Siamo
convinti che senza tutte le iniziative portate avanti la condanna sarebbe stata
ancora più "esemplare", come hanno dimostrato molti processi
dell'ultimo periodo.
Sbaglia
chi pensa che di fronte alla repressione bisogna moderare i contenuti e i metodi
al fine di raccogliere una solidarietà più ampia. Quasi sempre questa mentalità
politica – ghiotta di alleanze strumentali quanto opportunista nelle posizioni
– non solo ti fa abbandonare le tue prospettive, ma si rivela fallimentare
anche nell'immediato. La condanna pesante arriva lo stesso, le fragili alleanze
si rompono, il cinismo si trasforma in disillusione. E le posizioni diventano
indifendibili. Viceversa, rivendicare a testa alta il proprio percorso (che è
ben altra cosa rispetto a questo o a quel fatto specifico), farsi conoscere per
quello che si è, non accettare compromessi sulle questioni di principio,
significa trasformare le stesse situazioni repressive in occasioni di lotta. Per
ogni processo che si chiude, nuovi conflitti nascono: questa è l'unica
preoccupazione che può trattenere i servitori togati dello Stato nella loro
volontà repressiva.
Per
il resto, non riconoscendo alcuno Stato, non abbiamo niente di cui giustificarci
di fronte ai suoi tribunali. Le scelte, le azioni, gli errori, anche, si
confrontano e si assumono in condizioni di reciprocità, non rispetto a leggi
che non abbiamo mai sottoscritto o a istituzioni che hanno fatto del monopolio
della violenza la base stessa su cui si erigono. Se si decide di prendere la
parola in aula è per difendere anche lì le proprie lotte, quando si riputa di
rafforzare in tal modo le posizioni espresse altrove. Gli interlocutori sono
sempre e comunque gli altri sfruttati e gli altri compagni, mai lo Stato ed i
suoi uomini. Tra chi si batte per un mondo senza dominio e le forze dell'ordine
costituito non c'è, infatti, dialogo possibile. Loro vogliono colpirci in tutti
i modi, noi difendiamo e allarghiamo le possibilità di sovvertire il loro reame
di morte.
Tra
queste possibilità c'è anche quella di utilizzare alcuni strumenti tecnici per
impedire ai loro tribunali di sbatterci in galere violando completamente le loro
stesse leggi. Le leggi sono affare loro, certo, ma finché non vivremo in una
società basata sul libero accordo saranno anche, purtroppo, affare nostro.
Sappiamo, però, che possiamo frenare la legge solo nella misura in cui
modifichiamo i rapporti di forza, cioè attraverso le lotte reali. Per il resto,
che un compagno decida o meno di nominare un avvocato, di parlare o meno in
tribunale, tutto ciò attiene a una scelta personale e non a un codice di
condotta valido per tutti. Ciò che importa è che sia sempre seduto dal lato
dell'accusato e mai dell'accusatore; che vi compaia, cioè, da nemico.
A
questo proposito, come sono pietosi i tentativi dei giornalisti di ricorrere
all'argomento, una volta esauriti gli altri, della nostra pretesa incoerenza:
"Se sono anarchici, perché nominano un avvocato?". Che tradotto
significa: perché non se vanno in galera anche quando le prove non ci sono o
non stanno in piedi? Si sa, per loro l'unico anarchico coerente è quello
imbalsamato.
Ci
sarebbe da sorridere, se le ragioni che le causano non fossero ributtanti, di
fronte a simili capriole con cui costoro cercano di occultare il proprio
servilismo contando i nei dell'altrui ribellione.
Anche
noi viviamo in questa società – rassicuriamo i nostri detrattori a pagamento.
Solo che ci viviamo da disertori e da refrattari.
Questo
processo è stato finora l'occasione per riflettere, attraverso dibattiti e
proiezioni, su fascismo e antifascismo, dittatura e democrazia, per sottrarre lo
scontro con i fascisti alla mummificazione istituzionale, per smascherare le
menzogne mediatiche e politiche. Il corteo del 12 marzo ha cercato di
riallacciare i fili tra la memoria storica (anche locale) e le lotte del
presente, dall'opposizione alla guerra a quella contro le espulsioni, rinnovando
la solidarietà contro la repressione. Corteo piuttosto vivace dal messaggio
esplicito: "Un pugno al fascismo per mille pratiche di libertà".
Che
ci si scandalizzi più per una banca danneggiata o riempita di vernice che per i
genocidi che questa finanzia la dice lunga su quanto sia insulsa la nozione
corrente di "violenza".
Che
si commemori la Resistenza senza dire nulla sulle aggressioni, gli incendi, gli
accoltellamenti fascisti degli ultimi due anni non fa che confermare la natura
reazionaria dell'antifascismo democratico.
Cercheremo
di raccogliere presto i materiali prodotti dai dibattiti e dalla riflessione.
Siamo ancora convinti che gli "incontri segreti fra le generazioni passate
e la nostra" siano un'arma fondamentale nella rivolta contro l'oppressione.
I libri, le testimonianze raccolte, i muri e le strade sono lì a raccontarci le
rotture possibili sepolte dalla Storia, a svelarci gli errori che immobilizzano,
le tensioni che liberano, a spronare con forza sempre nuova le nostre menti e i
nostri pugni.
Si
tratta ora, tra le altre lotte che ci vedono impegnati, di continuare a batterci
perché la condanna di Juan venga cancellata nel processo di appello. Ben
sapendo che altri sporchi giochi si preparano nella Procura di Trento, ad
esempio per trasformare un agguato fascista in un'aggressione anarchica (ci
riferiamo ai fatti di Sanseverino del 2002 per cui sei compagni erano stati
arrestati l'estate scorsa). Se sono passate le menzogne di Pappolla su Juan
perché non potrebbero passare quelle di due infami e squadristi come Paolo
Motta e Emilio Giuliana sugli altri compagni? Le coperture di cui la manovalanza
fascista gode sono note. La sentenza assolutoria per la strage di piazza Fontana
ne è stata l'ennesima conferma. Mentre i rivoluzionari sono continuamente
perquisiti, indagati e arrestati, in tutta Italia i neosquadristi girano con le
lame e aggrediscono in gruppo. I feriti e gli spazi incendiati ormai non si
contano più. Pensare che debbano essere le istituzioni a intervenire contro i
fascisti significa chiudere gli occhi su ottant'anni di storia, dallo squadrismo
degli anni Venti allo stragismo degli anni Sessanta e Settanta. Chi rispolvera
ad ogni occasione la retorica sulla lotta partigiana e poi, di fronte ai
compagni accoltellati, parla di "nonviolenza" falsifica il passato e
ci imprigiona in questo presente. L'autodifesa, diretta e orizzontale, è
l'unico mezzo immediato.
Più
in generale, invece, dalla morsa autoritaria di cui i fascisti sono meri
strumenti si esce solo rafforzando le occasioni di quel crimine chiamato libertà.
Dall'inimicizia verso il dominio tecnologico alle mobilitazioni popolari contro
la devastazione ambientale, dalle lotte contro le espulsioni alle battaglie
autonome di molti immigrati, è l'incontro fra le pratiche rivoluzionarie e i
contesti e le ragioni dell'insorgenza sociale a spaventare il potere. Che sia
quella, allora, la nostra strada. Soffiare sul fuoco, ad ogni occasione
possibile, è ben più di un progetto politico o di un suggerimento strategico
– è una ragione di vita.
La terra e le parole
Due
compagni sono indagati per "attentato con finalità di terrorismo".
L'accusa si riferisce a due ripetitori della telefonia mobile incendiati, uno
nel settembre del 2003 e l'altro nel marzo del 2005. L'ostilità contro queste
installazioni inquinanti sta crescendo. Diversi sono stati gli attacchi
incendiari di questo tipo a Rovereto e dintorni come nel resto d'Italia. Una
prova è che un reazionario ex leghista, di cui si conoscono gli intenti
demagogici, ha dichiarato che la gente è incazzata contro queste antenne e che
egli condivide la rabbia che spinge a bruciarle.
Si
cerca di colpire gli anarchici – in base a rilievi inconcludenti – perché
hanno sempre difeso l'azione diretta contro l'inquinamento e le sue cause. Come
al solito, nell'impossibilità di trovare gli autori di determinate pratiche, si
cerca di reprimere chi le sostiene pubblicamente. Quanto al fatto che azioni in
difesa della terra e dei suoi abitanti vengano trasformate dalla neolingua in
"attentati con finalità di terrorismo", si può ancora stupirsene
quando una guerra viene definita "operazione umanitaria" e un lager
"centro di permanenza temporanea e di assistenza"? Il Grande Fratello,
d'altronde, è un intrattenimento di massa.
Sono
disponibili, al nostro indirizzo, un pieghevole sul "processo Pappolla"
e le dichiarazione di Massimo e Juan in tribunale. Questo materiale è
consultabile e scaricabile, assieme a tanti altri testi attinenti, sul sito www.guerrasociale.org
È
ormai pronto anche il dossier sui fatti di Sanseverino, sugli arresti, sulle
manovre del PM Storari e dei carabinieri, sulla solidarietà che scarcera.
Il
prossimo martedì 27 settembre si svolgerà a Rovereto il processo per la terza
occupazione del Bocciodromo, durante il cui sgombero vennero arrestati 8
compagni (sette dei quali poi condannati a 6 e a 8 mesi di carcere per
"furto di energia elettrica"). Ricordiamo anche che per un'altra
occupazione diversi anarchici sono stati condannati, il 9 giugno scorso, a 20
giorni di carcere senza la sospensione condizionale della pena.
Per affermare la propria solidarietà con la pratica di riprendersi collettivamente gli spazi sequestrati dalla speculazione edilizia e immobiliare. Per opporsi alla repressione. Per rilanciare le lotte contro la città dei padroni.
PRESIDIO
DAVANTI AL TRIBUNALE DI ROVERETO, A PARTIRE DALLA ORE 9.00
Nei
prossimi numeri di Adesso riprenderemo il filo dell’esperienza storica locale (vedi
l’articolo sul “Castrin” nel n. 13) e la critica della sua mummificazione
istituzionale (vedi la recensione de “Gli anni del ciclostile” nel n. 20).
Cominceremo con:
–
Dolcino e le resistenza montanara
–
Michael Gaismair e la guerra dei “carnèri”
– una recensione di “Vietato obbedire” di Benedetto Vecchio